Confisca, diretta e obbligatoria, sentenza prescrizione reato

Corte di Cassazione, Sezioni Unite Penali, sentenza del 21.07.2015 – – Confisca, diretta e obbligatoria, mediante la sentenza che riconosce l’intervenuta prescrizione del reato / Il giudice, nel dichiarare la estinzione del reato per intervenuta prescrizione, può applicare, a norma dell’art. 240, secondo comma, n. 1, cod. pen., la confisca del prezzo del reato e, a norma dell’art. 322-ter cod. pen., la confisca del prezzo o del profitto del reato


 

 

 

CORTE DI CASSAZIONE SEZIONI UNITE PENALI
sentenza del 21.07.2015 (Ud. 26-06-2015) n. 31617

 

CONFISCA, DIRETTA E OBBLIGATORIA, MEDIANTE LA SENTENZA CHE RICONOSCE L’INTERVENUTA PRESCRIZIONE DEL REATO

[Il giudice, nel dichiarare la estinzione del reato per intervenuta prescrizione, può applicare, a norma dell’art. 240, secondo comma, n. 1, cod. pen., la confisca del prezzo del reato e, a norma dell’art. 322-ter cod. pen., la confisca del prezzo o del profitto del reato sempre che si tratti di confisca diretta e vi sia stata una prece- dente pronuncia di condanna, rispetto alla quale il giudizio di merito permanga inalterato quanto alla sussistenza del reato, alla responsabilità dell’imputato ed alla qualificazione del bene da confiscare come profitto o prezzo del reato].
“Qualora il prezzo o il profitto derivante dal reato sia costituito da denaro, la confisca delle somme di cui il soggetto abbia comunque la disponibilità deve essere qualificata come confisca diretta: in tal caso, tenuto conto della particolare natura del bene, non occorre la prova del nesso di derivazione diretta tra la somma materialmente oggetto della confisca e il reato”.

 

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I quesiti ai quali le Sezioni Unite sono state chiamate a fornire una risposta sono due intimamente connessi: il primo è stabilire se, ed eventualmente entro quali limiti, possa essere disposta, in base all’art. 240 c.p., comma 2, n. 1, ovvero – o anche – ai sensi dell’art. 322 ter c.p., la confisca diretta del prezzo o del profitto del reato, nel caso in cui il processo si concluda con una sentenza dichiarativa di estinzione del reato per prescrizione.
Il secondo quesito, se, nel caso in cui il prezzo o il profitto del reato sia costituito da denaro, la confisca delle somme di cui il soggetto abbia la disponibilità debba essere qualificata come confisca per equivalente ovvero come confisca diretta e, ove si ritenga che si tratti di confisca diretta, se debba ricercarsi il nesso pertinenziale tra reato e denaro.

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I limiti di sinteticità della presente rubrica, inducono a riportare solo le conclusioni a cui sono pervenute le Sezioni Unite all’esito dell’analisi di altre pregevoli pronunzie sul tema (Sez. Unite sent. n. 5 del 25/03/1993, Carlea; Sezioni Unite sent. n. 38834 del 10/07/2008, De Maio) in quanto la tematica coinvolta dalla prima questione, – scrivono i Supremi Giudici – è di risalente problematicità, essenzialmente in ragione di un quadro normativo tutt’altro che perspicuo – frutto, anche, del non sempre coordinato innesto di figure di confisca di nuovo conio e proliferate tanto nel codice sostanziale che nelle leggi speciali – accanto ad una davvero imponente varietà di opinioni (dottrinarie, giurisprudenziali e di fonte sovranazionale) circa la natura – o le nature – della confisca, sempre che al nomen corrisponda davvero una figura unitaria o non piuttosto un caleidoscopio di istituti, ciascuno dei quali iscritto in un differenziato regime, fortemente condizionato dalla specifica natura della res da assoggettare alla misura, al reato cui la cosa pertiene, e, da ultimo ma non certo per ultimo, dagli esiti del processo in cui la confisca viene applicata.
Hanno doverosamente segnalato le Sezioni Unite che anche dopo la citata sentenza De Maio sono riemersi alcuni contrasti.
Una parte della giurisprudenza, infatti, si attestò sui principi affermati dalle Sezioni Unite, sostenendo che, nell’ipotesi in cui il giudice dichiari estinto il reato per intervenuta prescrizione, la confisca può essere ordinata solo quando la sua applicazione non presupponga la condanna e possa avere luogo anche in seguito ad una declaratoria di proscioglimento (Sez. 2, n. 12325 del 04/03/2010, Dragone e altri, Rv. 247012, fattispecie relativa al reato di usura, in cui è stata esclusa l’applicabilità della confisca D.L. n. 306 del 1992, ex art. 12 sexies, ostandovi il tenore letterale della disposizione, che postula una sentenza di condanna o di patteggiamento e non il mero proscioglimento per estinzione del reato; in senso analogo, Sez. 1, n. 17716 del 17/02/2010, Mele, Rv.247067). Orientamento, questo, ribadito anche in tempi recenti, essendosi nuovamente affermato che l’estinzione del reato per prescrizione osta alla confisca delle cose che ne costituiscono il prodotto o il profitto, a prescindere dalla sua connotazione come obbligatoria o facoltativa, per la necessità di interpretare tassativamente il concetto di condanna quale presupposto dell’ablazione, che è inibita dalla sentenza della Corte EDU del 29 ottobre 2013 nel caso Varvara c. Italia, in quanto il principio di legalità in campo penale preclude interpretazioni estensive o analogiche delle norme interne in danno dell’imputato (Sez. 1, n. 7860 del 20/01/2015, Meli, Rv. 262759).
Altre pronunce si sono invece discostate da quegli insegnamenti, in forma più o meno marcata. Facendo leva, infatti, su una affermazione della sentenza De Maio, laddove aveva segnalato come si rinvenissero nel sistema sempre più numerose ipotesi in cui, malgrado la estinzione del reato, fossero dalla legge riservati al giudice ampi poteri di accertamento del fatto-reato ai fini della confisca, la Corte – chiamata a pronunciarsi sulla legittimità di una ordinanza emessa dal giudice per le indagini preliminari in funzione di giudice della esecuzione, che, pur confermando l’archiviazione del procedimento per decorso del termine di prescrizione, aveva però disposto la confisca ex art. 240 c.p., comma 2, n. 1, di alcune somme ritenute prezzo della ipotizzata corruzione – anzichè annullare senza rinvio l’ordinanza per difetto del presupposto della condanna, aveva disposto l’annullamento con rinvio, avendo il giudice a quo omesso di svolgere gli accertamenti ai fini della applicazione del provvedimento ablatorio, così come postulato proprio dalla sentenza De Maio. Sentenza, peraltro, il cui dictum veniva in tal modo sostanzialmente eluso, dal momento che nel frangente la Corte nulla disse in ordine al “come” il giudice della esecuzione potesse disporre la confisca del prezzo del reato senza condanna e, quindi, in merito al se ed in qual modo dovesse compiere l’accertamento della responsabilità penale, evocata quale presupposto per l’esercizio del potere ablatorio dello Stato (Sez. 1, n. 2453 del 04/12/2008, dep. 2009, Squillante).
Evidenziavano i Giudici del Supremo Consesso come ancora una volta, dal contrasto frontale con le Sezioni Unite, non è scaturito alcun tipo di indicazione circa i modi, le forme ed i contenuti attraverso i quali il giudice dovrebbe compiere gli accertamenti mediante i quali pervenire al risultato della confisca in caso di sentenza dichiarativa della estinzione del reato per prescrizione.
Restava in particolare nell’ombra la dimensione di tali accertamenti, vale a dire se gli stessi dovessero solo verificare la sussistenza del reato ed il collega- mento con la res da confiscare o dovessero pervenire ad una affermazione che, -sia pure incidenter tantum, – riconoscesse la responsabilità dell’imputato “prosciolto” per prescrizione e surrogasse, quindi, contenutisticamente, una pronuncia di condanna preclusa dalla causa estintiva.
Nell’ambito del magistrale iter argomentativo sviluppato, le Sezioni Unite ritenevano doveroso confrontare il concetto di “condanna”, quello di “pena” ed il correlativo problema connesso alla individuazione della natura del provvedimento di confisca, sia pure nella circoscritta prospettiva della confisca del prezzo del reato, con gli approdi cui recentemente è pervenuta la Corte EDU, proprio sul tema della confisca – sia pure nella peculiare figura della confisca dei terreni oggetto di lottizzazione abusiva – e della replica assai recentemente offerta dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 49 del 2015. Si tratta di un novum assai significativo e con il quale è doveroso misurarsi, tenuto conto della necessità di trarre da quelle decisioni spunti per una soluzione interpretativa, attenta tanto alla dimensione convenzionale che a quella costituzionale dei diversi valori (individuali e collettivi) che il tema della confisca ineluttabilmente coinvolge.
Anche sul punto, per ragioni si sintesi, si rinvia il lettore alla analisi delle pronunzie Sez. 3, n. 17066 del 04/02/2013, Volpe, Rv. 255112; nonchè, ex plurimis, Sez. 3, n. 39078 del 13/07/2009, Apponi; Sez. 3, n. 30933 del 19/05/2009, Costanza; Corte EDU nel caso Sud Fondi c. Italia; Corte EDU del 29 settembre 2013 nel caso Varvara c. Italia).
Per le Sezioni Unite, ciò che sembra trasparire dalla pronuncia della Corte di Strasburgo è una configurazione “sostanzialistica” delle garanzie tracciate dalla Convenzione.
Il principio di stretta legalità deve infatti assistere tutto ciò che pertiene alla applicazione di una “pena,” e questa deve conseguire ad un accertamento di responsabilità condotto secondo le regole del giusto processo: è forte, in questa prospettiva, il richiamo – ancorchè inespresso – al valore “ontico” del principio di presunzione di innocenza, scandito non dall’art. 7 della Convenzione, ma dall’art. 6, e che rende perdurante tale garanzia sino a quando la “colpevolezza non sia stata legalmente accertata”. La evocazione della legalità sembra dunque doverosamente fare i conti anche con la dimensione “processuale” dell’accerta- mento, bandendo simmetrie nominalisti- che risulterebbero improprie, nel quadro e per l’applicazione di principi convenzionali destinati ad operare all’interno di sistemi nazionali che possono presentare fra loro differenze anche assai marcate.
Alla stregua di tali criteri può pervenirsi alla conclusione che la confisca del prezzo del reato non presenti connotazioni di tipo punitivo, dal momento che il patrimonio dell’imputato non viene intaccato in misura eccedente il pretium sceleris, direttamente desunto dal fatto illecito, e rispetto al quale l’interessato non avrebbe neppure titolo civilistico alla ripetizione, essendo frutto di un negozio contrario a norme imperative. Al provvedimento di ablazione fa dunque difetto una finalità tipicamente repressiva, dal momento che l’acquisizione all’erario finisce per riguardare una res che l’ordinamento ritiene – secondo un apprezzamento legalmente tipizzato – non possa essere trattenuta dal suo avente causa, in quanto, per un verso, rappresentando la retribuzione per l’illecito, non è mai legalmente entrata a far parte del patrimonio del reo, mentre, sotto altro e corrispondente profilo, proprio per la specifica illiceità della causa negoziale da cui essa origina, assume i connotati della pericolosità intrinseca, non diversa dalle cose di cui è in ogni caso imposta la confisca, a norma dell’art. 240 c.p., comma 2, n. 2.
Il fulcro della confisca del prezzo del reato, sembra dunque da individuare proprio nelle caratteristiche del periculum che costituisce il nucleo delle misure di sicurezza, nel senso che, a differenza di quelle personali, la misura reale prende in considerazione una dimensione dinamica e relazionale del pericolo, attraverso un meccanismo che finisce per correlare fra loro la persona, la cosa ed il vincolo di pertinenzialità tra questa e lo specifico reato che viene in considerazione.
Dovendosi dunque escludere che la confisca del prezzo del reato si atteggi alla stregua di una pena, sottolineano i Giudici Ermellini, ne esce rafforzata l’idea che la stessa non presupponga un giudicato formale di condanna, quale unica fonte idonea a fungere da “titolo esecutivo”, dal momento che, ciò che risulta “convenzionalmente imposto”, alla luce delle richiamate pronunce della Corte EDU, e “costituzionalmente compatibile”, in ragione delle linee-guida tracciate dalla Corte costituzionale, in particolare nella già esaminata sentenza n. 49 del 2015, è che la responsabilità sia stata accertata con una sentenza di condanna, anche se il processo è stato definito con una declaratoria di estinzione del reato per prescrizione. L’obbligo della relativa immediata declaratoria, infatti, lungi dallo stemperare il “già accertato“, ne cristallizza gli esiti “sostanziali“, sia pure nella circoscritta e peculiare dimensione della confisca del prezzo del reato, dal momento che – altrimenti – al giudice incomberebbe un onere di “conformazione costituzionale” della interpretazione, attenta a salvaguardare anche i “controlimiti” che la pronuncia della Corte costituzionale ha implicitamente, ma chiaramente, evocato.
In altri termini, l’opposta tesi dovrebbe fare i conti con la gamma non evanescente di valori costituzionali che verrebbero ad essere ineluttabilmente coinvolti da un sistema che, dopo aver accertato la sussistenza del reato, la responsabilità del suo autore e la percezione da parte di questi di una somma come prezzo del reato, non consentisse l’ablazione di tale prezzo, esclusivamente per l’intervento della prescrizione, che giustifica “l’oblio” ai fini della applicazione della pena, ma non impone certo la inapplicabilità della misura di sicurezza patrimoniale.
In una simile prospettiva, – si legge nella sentenza – devono pertanto essere respinte le tesi di chi ritiene sufficiente, ai fini della confisca, un mero accertamento incidentale della responsabilità, dal momento che ciò si tradurrebbe in una non consentita trasformazione della confisca in una tipica actio in rem, lumeggiata nel corso del complesso procedimento di approvazione, ma poi non recepita dalla direttiva 2014/42/UE del 3 aprile 2014 relativa “al congelamento e alla confisca dei beni strumentali e dei proventi da reato nell’Unione Europea”, dal momento che anche tale strumento della Unione Europea continua a prevedere la condanna come base per la confisca, anche per equivalente, dei beni strumentali e dei proventi da reato.
L’accertamento della responsabilità deve dunque confluire in una pronuncia che, non solo sostanzialmente, ma anche formalmente, la dichiari, con la conseguenza che l’esistenza del reato, la circostanza che l’autore dello stesso abbia percepito una somma e che questa abbia rappresentato il prezzo del reato steso, devono aver formato oggetto di una condanna, i cui termini essenziali non abbiano, nel corso del giudizio, subito mutazioni quanto alla sussistenza di un accertamento “al di là di ogni ragionevole dubbio”.
L’intervento della prescrizione, dunque, per poter consentire il mantenimento della confisca, deve rivelarsi quale formula terminativa del giudizio anodina in punto di responsabilità, finendo in tal modo per “confermare” la preesistente (e necessaria) pronuncia di condanna, secondo una prospettiva, a ben guardare, non dissimile da quella tracciata dall’art. 578 del codice di rito in tema di decisione sugli effetti civili nel caso di sopravvenuta declaratoria di estinzione del reato per prescrizione.
Il testo dell’art. 240 c.p., d’altra parte – volendo prescindere dalle letture alternative ed “estreme” che si sono sin qui contese il campo, ma con significative aperture nelle pronunce più recenti – non preclude, ai fini della confisca del prezzo del reato, una evocazione del concetto di condanna in senso sostanziale (secondo quanto postulato dalla Corte EDU), ove ad essa consegua la declaratoria di prescrizione, dal momento che è proprio la natura di tale causa estintiva a postulare la non dissoluzione degli accertamenti sin allora compiuti e sulla cui base la sentenza di condanna è stata pronunciata.
D’altra parte, la non rinuncia alla prescrizione, presuppone una sorta di nolo contendere sul punto, rendendo ancor più bizzarra l’ipotesi di una automatica (ed ingiustificata) vanificazione di un provvedimento che, come si è detto, mira esclusivamente a riportare il pretium sceleris al di fuori della sfera patrimoniale di chi l’abbia percepito; e tutto ciò – si è più volte ribadito – secondo un accertamento dei fatti condotto pieno iure dal giudice del merito ed in forza di una valutazione probatoria processualmente non smentita.
Per altro verso, che la declaratoria di prescrizione non coinvolga, di regola, il merito della regiudicanda, è dimostrato dal fatto che, come si è costantemente affermato, in presenza di una causa di estinzione del reato il giudice è legittimato a pronunciare sentenza di assoluzione a norma dell’art. 129 c.p.p., comma 2, soltanto nei casi in cui le circostanze idonee ad escludere l’esistenza del fatto, la commissione del medesimo da parte dell’imputato e la sua rilevanza penale emergano dagli atti in modo assolutamente non contestabile, così che la valutazione che il giudice deve compiere al riguardo appartenga più al concetto di constatazione, ossia di percezione ictu oculi, che a quello di apprezzamento e sia quindi incompatibile con qualsiasi necessità di accerta- mento o di approfondimento (Sez. U, n. 35490 del 28/05/2009, Tettamanti, Rv. 244274).
La logica che coinvolge e giustifica la obbligatoria confisca del prezzo del reato in base alla generale previsione dettata dall’art. 240 c.p., comma 2, non risulta diversa da quella che ha indotto il legislatore ad introdurre previsioni speciali di confisca obbligatoria anche del profitto del reato, sul rilievo che la evocabilità del prezzo, inteso come retribuzione promessa o corrisposta per la commissione del reato, rappresentasse una evenienza riconducibile soltanto ad alcune fattispecie, ma non pertinente – secondo l’id quod plerumque accidit – rispetto ad altre, ove, appunto, viene più frequentemente in discorso il profilo del lucro desunto dal reato, inteso come vantaggio economico ottenuto in via diretta ed immediata dalla commissione del reato, e quindi legato da un rapporto di pertinenzialità diretta con l’illecito penale.
Da qui, l’attrazione, accanto al prezzo, anche del profitto del reato, all’interno di un nucleo per così dire unitario di finalità rispristinatoria dello status quo ante, secondo la medesima prospettiva volta a sterilizzare, in funzione essenzialmente preventiva, tutte le utilità che il reato, a prescindere dalle relative forme e dal relativo titolo, può aver prodotto in capo al suo autore, e con specifico riferimento a figure di reato per le quali il legislatore ha ritenuto necessario optare per una simile scelta.
L’art. 322 ter c.p., finisce, dunque, per rappresentare un chiaro esempio che accredita una simile linea ricostruttiva, specie alla luce delle modifiche ad esso apportate ad opera del L. 6 novembre 2012, n. 190, art. 1, comma 75, lett. o), recante “Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione”. La novella, con l’introdurre, alla fine dell’art. 322 ter c.p., comma 1, le parole “o profitto”, ha, come è noto, inciso esclusivamente sulla disciplina della confisca per equivalente, ampliandone l’ambito di operatività non soltanto al prezzo del reato, ma anche – per l’appunto – al profitto del medesimo. Nella formulazione originaria, infatti, tale disposizione prevedeva, in caso di impossibilità di procedere alla confisca dei beni costituenti il profitto o il prezzo dei reati previsti dagli artt. da 314 a 320 c.p., la confisca di altri beni nella disponibilità del reo per un valore corrispondente al “prezzo” del reato, da intendersi nel senso tecnico di corrispettivo dato o promesso per indurre, istigare o determinare taluno a commettere il reato: nozione, pertanto, non estensibile alle altre utilità connesse al reato. Ciò ha indotto la giurisprudenza ad escludere l’applicabilità di tale figura di confisca per equivalente a reati per i quali non risulta concettualmente riferibile la nozione di prezzo del reato, quali, ad esempio, il peculato, la malversazione a danno dello Stato e l’indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato. Per simili ipotesi poteva semmai configurarsi la figura del profitto di reato, rispetto alla quale, però la formulazione letterale della norma ne precludeva qualunque spazio operativo, anche in considerazione dei connotati afflittivi di quella figura di confisca e la conseguente esigenza di rispettare appieno il canone di stretta legalità (v. ad es. Sez. U, n. 38691 del 25/06/2009, Caruso, Rv. 244189; Sez. 6, n. 12819 del 17/03/2010, Magliocchetti, Rv.226691).
Da qui, l’esigenza della modifica introdotta dalla L. n. 190 del 2012, ma da qui, anche, l’univoco segnale che la novella offre per ritenere – quanto allo specifico tema dei reati contro la pubblica amministrazione per i quali trovi applicazione la disciplina dettata dall’art. 322 ter c.p. – normativamente equivalente la confisca del prezzo e la confisca del profitto tratto da quei reati, sia per ciò che attiene alla confisca diretta sia per quanto riguarda la confisca per equivalente.
Considerato, quindi, – osservano le Sezioni Unite – che la confisca diretta del profitto desunto dal reato non presenta, nel caso disciplinato dall’art. 322 ter c.p., natura giuridica diversa dalla confisca del prezzo del reato, se ne può dedurre che il concetto di “condanna” necessario e sufficiente per procedere alla confisca anche nella ipotesi in cui sia successivamente intervenuta la prescrizione del reato, deve essere “modulato,” per entrambe le figure di ablazione, in termini fra loro del tutto sovrapponibili.
Simili conclusioni non possono invece trovare applicazione nella ipotesi in cui venga in discorso la figura della confisca per equivalente, dal momento che questa particolare figura di confisca, prevista dall’art. 322 ter c.p., per il profitto o il prezzo di taluni reati contro la pubblica amministrazione, viene ormai pacifica- mente ritenuta dalla giurisprudenza di questa Corte di natura sanzionatoria.
Si è infatti osservato, al riguardo, che, avendo la L. n. 300 del 2000, introduttiva dell’art. 322 ter c.p., espressamente previsto, all’art. 15, la irretroattività della confisca per equivalente del prezzo del reato, una simile opzione si appalesa sintomatica del fatto che il legislatore ha configurato l’ablazione del patrimonio del reo, in proporzione corrispondente all’arricchimento provocato dall’illecito quale misura sostanzialmente sanzionatoria.
La confisca per equivalente, infatti, viene ad assolvere una funzione sostanzialmente ripristinatoria della situazione economica, modificata in favore del reo dalla commissione del fatto illecito, mediante l’imposizione di un sacrificio patrimoniale di corrispondente valore a carico del responsabile ed è, pertanto, connotata dal carattere afflittivo e da un rapporto consequenziale alla commissione del reato proprio della sanzione penale, mentre esula dalla stessa qualsiasi funzione di prevenzione che costituisce la principale finalità delle misure di sicurezza (ex plurimis, Sez. U, n. 18374 del 31/01/2013, Adami, Rv. 255037; Sez. 3, n. 18311 del 06/03/2014, Cialini, Rv 259103; Sez. 3, n. 23649 del 27/02/2013, D’Addario, Rv. 256164).
E’ evidente, infatti, che, essendo la confisca di valore parametrata al profitto od al prezzo dell’illecito solo da un punto di vista “quantitativo”, l’oggetto della ablazione finisce per essere rappresentato direttamente da una porzione del patrimonio, il quale, in sè, non presenta alcun elemento di collegamento col reato; il che consente di declinare la funzione della misura in chiave marcatamente sanzionatoria (v. al riguardo anche l’ordinanza n. 97 del 2009 della Corte costituzionale, nella quale è richiamata la giurisprudenza di legittimità nonchè la già ricordata sentenza della Corte EDU Welch c. Regno Unito).
Alla stregua delle considerazioni testè sintetizzate i Giudici Ermellini hanno risposto al primo quesito nei seguenti termini: [ Il giudice, nel dichiarare la estinzione del reato per intervenuta prescrizione, può applicare, a norma dell’art. 240 c.p., comma 2, n. 1, la confisca del prezzo del reato e, a norma dell’art. 322 ter c.p., la confisca del prezzo o del profitto del reato sempre che si tratti di confisca diretta e vi sia stata un precedente pronuncia di condanna, rispetto alla quale il giudizio di merito permanga inalterato quanto alla sussistenza del reato, alla responsabilità dell’imputato ed alla qualificazione del bene da confiscare come profitto o prezzo del reato].

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Venendo al secondo dei quesiti sottoposti all’attenzione dei Supremi Giudici, gli stessi osservano come le posizioni assunte dalla giurisprudenza risultino non poco frastagliate, in considerazione, non soltanto delle peculiarità che possono caratterizzare il concetto di profitto nei singoli frangenti e con riferimento alle differenti strutture delle fattispecie incriminatrici, quanto anche – e forse soprattutto – in considerazione dello specifico “bene” che costituisce l’oggetto dell’intervento di ablazione: vale a dire il denaro, bene fungibile per eccellenza e mezzo di pagamento, ed i cui flussi possono essere, entro certi limiti, tracciabili e ricostruibili.
Secondo un primo orientamento, di recente avallato dalle Sezioni Unite, la confisca di denaro in essere su un conto corrente bancario integra in ogni caso una figura di confisca diretta, tanto nel caso di prezzo che di profitto, e, con riferimento a quest’ultimo, sia che rappresenti una utilità “monetariamente” positiva, nel senso che rappresenti un effettivo accrescimento patrimoniale, sia che rappresenti un mancato decremento, vale a dire un risparmio di spesa.
Quando si tratta di denaro o di altri beni fungibili, si è infatti ritenuto, la confisca non è “per equivalente” ma è sempre confisca diretta: soprattutto, ciò che rileva è che l’ablazione della somma non è subordinata alla verifica che la stessa provenga da delitto e che sia confluita nella effettiva disponibilità dell’indagato (Sez. Un., n. 10651 del 30/01/2014, Gubert; più di recente, nel medesimo senso, Sez. 6, n. 2336 del 07/01/2015, Pretner Calore, Rv. 262082; Sez. 3, n. 39177 del 08/05/2014, Civil Vigilanza s.r.l., n.m. sul punto).
Su un versante apparentemente opposto si colloca, invece, l’orientamen- to per il quale la confisca di denaro integrerebbe sempre una confisca per equivalente. In materia di reati tributari si è infatti affermato che l’inciso contenuto nell’art. 322 ter c.p., per il quale la confisca di valore opera “quando… non è possibile” la confisca diretta, sarebbe volto a consentire la confisca per equivalente in ogni caso in cui il bene che costituisce il profitto del reato sia un bene fungibile, come il denaro, giacchè questo non può costituire oggetto di confisca diretta, in quanto non materialmente individuabile (Sez. 3, n. 36293 del 06/10/2011, Hipo Alpe Adria Bank s.p.a.; Sez. 3, n. 25677 del 16/05/2012, Caneva).
In linea con tale orientamento, si è anche affermato che, sempre in tema di reati tributari, ove il profitto per i reati in ordine ai quali è prevista la confisca per equivalente sia costituito da denaro, l’adozione della misura di cautela non è subordinata alla verifica che le somme provengano da delitto e siano confluite nella effettiva disponibilità dell’indagato, in quanto il denaro oggetto di ablazione deve solo equivalere all’importo che corrisponde per valore al prezzo o al profitto del reato, non sussistendo alcun nesso pertinenziale tra il reato ed il bene da confiscare. D’altra parte, trattandosi nella specie di sequestro per equivalente di somme depositate sul conto personale dell’imputato, si è ritenuto che “subordi- nare l’operatività de sequestro (o la confisca) per equivalente a tale condi- zione vorrebbe dire negare la stessa funzionalità della misura e ristabilire la necessità di un nesso pertinenziale tra res e reato che la legge non richiede” (Sez. 3, n. 1261 del 25/09/2012, Marseglia).
In senso analogo, anche in precedenza si era affermato che, qualora il profitto tratto da taluno dei reati per i quali, ai sensi dell’art. 322-ter cod. pen., è prevista la confisca per equivalente, sia costituito da danaro, l’adozione del sequestro preventivo in vista dell’applicazione di detta misura non può essere subordinata alla verifica che il danaro sia confluito nella effettiva disponibilità dell’indagato giacchè, altrimenti, si verrebbe a ristabilire la necessità di un nesso pertinenziale tra la res ed il reato che la legge, con l’istituto della confisca per equivalente, ha inteso invece escludere. (Sez. 6, n. 25877 del 23/06/2006, Maniglia, Rv. 234851; Sez. 6, n. 31692 del 05/06/2007, Gannone; e, più di recente, Sez. 2, n. 21228 del 29/04/14, Riva Fire s.p.a.).
Per un terzo orientamento, infine, la confisca del denaro disponibile in quanto versato su un conto corrente bancario, per poter essere qualificata come confisca diretta, richiede la prova del nesso di derivazione da reato. Secondo una pronuncia, antecedente alla sentenza Gubert, infatti, le Sezioni Unite, nel pronunciarsi in una ipotesi in cui era stato disposto il sequestro di somme di denaro depositate in conti correnti bancari, ritennero che la fungibilità del denaro e la sua funzione di mezzo di pagamento non imponevano che il sequestro riguardasse le medesime specie monetarie illegalmente percepite, ma bastava che il provvedimento di cautela avesse ad oggetto la somma corrispon- dente al loro valore nominale, ovunque fosse stata rinvenuta, purchè fosse attribuibile all’imputato.
Venne peraltro sottolineato che anche per il denaro doveva pur sempre sussistere un rapporto pertinenziale, quale relazione diretta, attuale e strumentale, tra il “bene” sequestrato ed il reato del quale costituiva il profitto illecito, inteso, questo, quale utilità creata, trasformata od acquisita proprio mediante la realizzazione della condotta criminosa. Con particolare riguardo ai reati tributari, le Sezioni Unite ritennero che si dovesse escludere la possibilità di fare riferimento a nessi di derivazione esclusivamente congetturali tra denaro e reato, posto che ciò avrebbe potuto condurre “all’aberrante conclusione di ritenere in ogni caso e comunque legittimo il sequestro del patrimonio di qualsiasi soggetto venga indiziato di illeciti tributari” (Sez. Un., n. 29951 del 24/05/2004, Focarelli).
Tale ordine di idee – segnalano le Sezioni Unite – è stato ribadito anche più di recente, essendosi ritenuto che il sequestro preventivo di somme di denaro depositate presso banche, ossia beni normalmente non destinati alla commissione di reati, comporta la previa individuazione del rapporto di pertinenza con i reati per i quali si procede, di cui deve darsi atto nella motivazione del provvedimento, nel senso che deve trattarsi di denaro che costituisca il prodotto, il profitto o il prezzo del reato oppure che sia servito a commetterlo o, comunque, concretamente destinato alla commissione del medesimo, sicchè l’astratta possibilità di destinare il denaro a tale fine non è sufficiente a farlo ritenere cosa pertinente al reato (Sez. 5, n. 11288 del 26/01/2010 Natali, Rv. 246360; in senso analogo, Sez. 2, n. 19105 del 28/04/2011, Iapigio).
I Giudici delle Sezioni Unite nel rispondere al secondo quesito, hanno aderito, nella sostanza, alla impostazione fatta propria dalla sentenza Gubert.
La ratio essendi della confisca di valore o per equivalente, sta, infatti, nella impossibilità di procedere alla confisca “diretta” della cosa che presenti un nesso di derivazione qualificata con il reato. La trasformazione, l’alienazione o la dispersione di ciò che rappresenti il prezzo o il profitto del reato determina la conseguente necessità, per l’ordina- mento, di approntare uno strumento che, in presenza di determinate categorie di fatti illeciti, faccia si che il “beneficio” che l’autore del fatto ha tratto, ove fisicamente non rintracciabile, venga ad essere concretamente sterilizzato sul piano patrimoniale, attraverso una misura ripristinatoria che incida diretta- mente sulle disponibilità dell’imputato, deprivandolo del tantundem sul piano monetario.
Da qui, la logica strutturalmente sanzionatoria della confisca di valore, dal momento che è l’imputato che viene ad essere direttamente colpito nelle sue disponibilità economiche (e non la cosa in quanto derivante dal reato), e ciò proprio perchè autore dell’illecito, restando il collegamento tra la confisca, da un lato, ed il prezzo o profitto del reato, dall’altro, misurato solo da un meccanismo di equivalenza economica.
E’ evidente, pertanto, che, in una simile prospettiva, l’oggetto della confisca di valore finisca per non presentare, a ben vedere, alcun nesso di pertinenzialità col reato, rappresentandone soltanto la conseguenza sanzionatoria: nè più nè meno, dunque, della pena applicata con la sentenza di condanna. La confisca per equivalente, quindi, rappresentando una alternativa alla confisca diretta – la misura sanzionatoria, infatti, opera solo quando non può trovare applicazione la ordinaria misura di sicurezza patrimoniale – presuppone che il relativo oggetto (vale a dire il prezzo o il profitto del reato) abbia una sua consistenza naturalistica e/o giuridica tale da permetterne l’ablazione, nel senso che, una volta entrato nel patrimonio dell’autore del reato, continui a mantenere una sua identificabilità. Le Sezioni Unite hanno avuto modo di puntualizzare, al riguardo, che, in tema di sequestro preventivo finalizzato alla confisca prevista dall’art. 322 ter c.p., costituisce “profitto” del reato anche il bene immobile acquistato con somme di danaro illecitamente conseguite, quando l’impiego del denaro sia causalmente collegabile al reato e sia soggettivamente attribuibile all’autore di quest’ultimo (Sez. U, n. 10280 del 25/10/2007, dep. 2008, Miragliotta, Rv. 238700; fattispecie in tema di concussione nella quale il danaro era stato richiesto da un ufficiale di p.g. per l’acquisto di un immobile). Infatti – sottolinearono le Sezioni Unite – qualsiasi trasformazione che il danaro illecitamente conseguito subisca per effetto di investimento dello stesso autore, deve essere considerata profitto del reato allorchè sia direttamente riconducibile al reato stesso ed al profitto immediato conseguito (vale a dire il denaro), e sia soggettivamente attribuibile all’autore del reato, che quella trasformazione abbia voluto. Una diversa e più restrittiva interpretazione – hanno concluse le Sezioni Unite – non risulterebbe, infatti, “compatibile con la finalità dell’istituto che è quella di rendere l’illecito penale improduttivo e, quindi, scoraggiare la commissione di ulteriori illeciti”.
Il corollario che da ciò desumono le Sezioni Unite risulta, a questo punto, evidente.
Ove il profitto o il prezzo del reato sia rappresentato da una somma di denaro, questa, non soltanto si confonde automaticamente con le altre disponibilità economiche dell’autore del fatto, ma perde – per il fatto stesso di essere ormai divenuta una appartenenza del reo – qualsiasi connotato di autonomia quanto alla relativa identificabilità fisica. Non avrebbe, infatti, alcuna ragion d’essere – nè sul piano economico nè su quello giuridico – la necessità di accertare se la massa monetaria percepita quale profitto o prezzo dell’illecito sia stata spesa, occultata o investita: ciò che rileva è che le disponibilità monetarie del percipiente si siano accresciute di quella somma, legittimando, dunque, la confisca in forma diretta del relativo importo, ovunque o presso chiunque custodito nell’interesse del reo. Soltanto, quindi, nella ipotesi in cui sia impossibile la confisca di denaro sorge la eventualità di far luogo ad una confisca per equivalente degli altri beni di cui disponga l’imputato e per un valore corrispondente a quello del prezzo o profitto del reato, giacchè, in tal caso, si avrebbe quella necessaria novazione oggettiva che costituisce il naturale presupposto per poter procedere alla confisca di valore (l’oggetto della confisca diretta non può essere appreso e si legittima, così, l’ablazione di altro bene di pari valore).
Nè è a dirsi, come parte della giurisprudenza mostra di ritenere, che la confisca del denaro costituente prezzo o profitto del reato, in assenza di elementi che dimostrino che proprio quella somma è stata versata su quel conto corrente, determinerebbe una sostanziale coincidenza della confisca diretta con quella di valore, dal momento che è la prova della percezione illegittima della somma che conta, e non la sua materiale destinazione: con la conseguenza che, agli effetti della confisca, è l’esistenza del numerario comunque accresciuto di consistenza a rappresentare l’oggetto da confiscare, senza che assumano rilevanza alcuna gli eventuali movimenti che possa aver subito quel determinato conto bancario.
Al secondo dei quesiti sottoposti alle Sezioni Unite le stesse hanno dato la seguente risposta: [ Qualora il prezzo o il profitto derivante dal reato sia costituito da denaro, la confisca delle somme di cui il soggetto abbia comunque la disponibilità deve essere qualificata come confisca diretta: in tal caso, tenuto conto della particolare natura del bene, non occorre la prova del nesso di derivazione diretta tra la somma materialmente oggetto della confisca e il reato].

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