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Denuncia di nuova opera, installazione impianto fotovoltaico

TRIBUNALE DI NOLA, ordinanza del 17 luglio 2012

DENUNZIA DI NUOVA OPERA per l’installazione dell’impianto fotovoltaico sul lastrico solare
Tutela del diritto di antenna – Art. 700 c.p.c.

[Tribunale di Nola, Dott.ssa Caterina Costabile, ordinanza del 17 luglio 2012]

Ricorso per la sospensione dei lavori di installazione dell’impianto fotovoltaico sul lastrico solare ex art. 1171 c.c. e 688 c.p.c. in subordine, ex art. 700 c.p.c ovvero, in caso di mancata concessione della sospensiva, per la prosecuzione dei lavori previa adozione di opportune cautele sul presupposto che tale impianto, una volta terminato, avrebbe arrecato danni all’equilibrio statico dell’immobile, inciso negativamente sul decoro architettonico dell’edificio e leso il diritto di antenna
> Azione di denuncia di nuova opera – mancanza dell’esistenza di un pericolo di danno per i beni immobili di proprietà del ricorrente dall’esecuzione delle opere (aggravio dello stato tensionale – esiguità / irrilevante lesione del decoro architettonico – favor legislativo per le fonti energetiche rinnovabili) – rigetto – inammissibilità art. 700 c.p.c.
> Impresa esecutrice materiale della nuova opera – legittimazione passiva – sussistenza
> Azione per tutela diritto di antenna, art. 700 c.p.c. – sussistenza di idonei spazi per la sistemazione dell’antenna – difetto del fumus boni iuris – rigetto
> Legitimatio ad causam – titolarità della situazione giuridica sostanziale, attiva e passiva
> Chiamata del terzo nel giudizio cautelare – ammissibilità (purché ciò avvenga in forme compatibili con l’esigenza di celerità che connota tale giudizio e qualora al terzo possa derivare una utilità o un pregiudizio dall’attuazione del provvedimento richiesto)
> Domanda riconvenzionale per lite temeraria, per ottenere il risarcimento del danno ex art. 96 c.p.c. – necessità accertamento dell’elemento soggettivo (mala fede o colpa grave) e dell’elemento oggettivo (entità del danno sofferto), esistenza di un danno e prova da parte dell’istante sia dell’an che del “quantum debeatur”, in modo da consentire al giudice di identificarne concretamente l’esistenza e la relativa liquidazione, anche se equitativa – mancanza dei presupposti – rigetto
> Liquidazione spese di lite (secondo le tariffe previgenti, ai sensi dell’art. 9 d.l. 24.1.2012 n. 1 conv. con modifiche in L. 24.3.2012 n. 27)

TRIBUNALE DI NOLA
II SEZIONE CIVILE
Il G.D., dott.ssa Caterina Costabile,
visti gli atti del proc. n. ……../2011 R.G.;
a scioglimento della riserva assunta all’udienza del 10 luglio 2012;
OSSERVA QUANTO SEGUE.
Con ricorso ex art. 1171 c.c. e 700 c.p.c. depositato in data 15.4.2011 la KKKK di Ax Meviox & C. s.a.s. deduceva che : 1) era proprietaria dei locali siti al piano terra ed al primo piano dello stabile sito in …. alla via Xxxx , mentre il lastrico solare di copertura del fabbricato era di proprietà della NNNN di Bx Tiziox e C. s.n.c.; 2) su detto lastrico solare in data 15.3.2011 erano iniziati dei lavori per l’installazione di pannelli fotovoltaici eseguiti dalla ZZZZ di Cx Caiox s.a.s.; 3) tale impianto, una volta terminato, avrebbe arrecato danni all’equilibrio statico dell’immobile, inciso negativamente sul decoro architettonico dell’edificio e leso il proprio diritto di antenna.
Chiedeva, pertanto, un ordine di sospensione dei lavori di installazione dell’impianto fotovoltaico sul lastrico solare ex art. 1171 c.c. e 688 c.p.c. ovvero, in subordine, ex art. 700 c.p.c. Ancora più gradatamente chiedeva, in caso di mancata concessione della richiesta sospensiva, che venisse disposta la prosecuzione dei lavori previa adozione delle opportune cautele.
Instaurato regolarmente il contraddittorio, la NNNN di Bx Tiziox e C. s.n.c. deduceva il proprio difetto di legittimazione passiva per aver alienato il lastrico solare in data 8.3.2011 alla SSSS Txxx s.r.l. e proponeva domanda riconvenzionale ex art. 96 c.p.c.
La ZZZZ di Cx Caiox s.a.s. deduceva l’infondatezza delle domande cautelari proposte nei suoi confronti.
Con ordinanza del 2.8.2011 veniva ordinata ex art. 107 c.p.c. la chiamata in causa della SSSSITxxx s.r.l., la quale costituendosi deduceva l’infondatezza del ricorso.
A) La resistente NNNN di Bx Tiziox e C. s.n.c. ha eccepito il proprio difetto di legittimazione passiva per aver alienato il lastrico solare in data 8.3.2011 alla SSSS ITxxx s.r.l.
Anche la ZZZZ di Cx Caiox s.a.s. ha eccepito il proprio difetto di legittimazione passiva “in quanto alcun rapporto contrattuale intercorre tra la stessa e la società NNNN s.n.c., che non ha mai commissionato i lavori di posa in opera dell’impianto fotovoltaico alla odierna comparente” (cfr. pag. 3 della comparsa di costituzione).
Com’è noto, secondo consolidato principio giurisprudenziale, la legitimatio ad causam, attiva e passiva, consiste nella titolarità del potere e del dovere di promuovere o subire un giudizio in ordine al rapporto sostanziale dedotto in causa, mediante la indicazione di fatti in astratto idonei fondare il diritto azionato, secondo la prospettazione dell’attore, prescindendo dall’effettiva titolarità del rapporto dedotto in causa, con conseguente dovere del giudice di verificarne l’esistenza in ogni stato e grado del procedimento. Laddove, invece, la titolarità della situazione giuridica sostanziale, attiva e passiva, si configura come una questione che attiene al merito della lite e rientra nel potere dispositivo e nell’onere deduttivo e probatorio della parte interessata(cfr. Cass. civ., sez. III, 11 novembre 2011, n. 23568; Cass. civ., sez. II, 10 maggio 2010, n. 11284; Cass. civ., sez. III, 30 maggio 2008, n. 14468; Cass. civ., sez. I, 10 gennaio 2008, n. 355; Cass. civ., sez. I, 16 maggio 2007, n. 11321; Cass. civ., sez. III, 06 marzo 2006, n. 4796).
Di conseguenza, il difetto di titolarità deve essere provato da chi lo eccepisce e deve formare oggetto di specifica e tempestiva deduzione in sede di merito, mentre il difetto di legittimazione ad causam deve essere oggetto di verifica, preliminare al merito, da parte del giudice, anche d’ufficio, in ogni stato e grado del giudizio (cfr. Cass. civ., sez. II, 27 giugno 2011, n. 14177; Cass. civ., sez. III, 5 agosto 2010, n. 18207; Cass. civ., sez. II, 3 giugno 2009, n. 12832; Cass. civ., sez. I, 9 giugno 2006, n. 13477).
La legittimazione ad agire costituisce allora una condizione dell’azione, una condizione per ottenere cioè dal giudice una qualsiasi decisione di merito, la cui esistenza è da riscontrare esclusivamente alla stregua della fattispecie giuridica prospettata dall’attore, prescindendo dall’effettiva titolarità del rapporto dedotto in causa. Appartiene, invece, al merito della causa, concernendo la fondatezza della pretesa, l’accertamento in concreto se l’attore e il convenuto siano, dal lato attivo e passivo, effettivamente titolari del rapporto fatto valere in giudizio (cfr. Cass. civ., sez. III, 9 aprile 2009, n. 8699; Cass. civ., sez. III, 26 settembre 2006, n. 20819; Cass. civ., sez. I, 1° aprile 2006, n. 8040).
Peraltro, l’accertamento della effettiva titolarità attiva o passiva del rapporto, attenendo al merito della controversia, è come detto questione soggetta alla ordinaria disciplina dell’onere probatorio e delle impugnazioni: il difetto di titolarità, cioè, deve essere provato da chi lo eccepisce, deve formare oggetto di specifica censura in sede di impugnazione e non può essere eccepito per la prima volta, né rilevato “ex officio”, nel giudizio di legittimità (cfr. Cass. civ., sez. I, 16 maggio 2007, n. 11321; Cass. civ., sez. III, 26 settembre 2006, n. 20819). In altri termini, la legittimazione ad agire o a contraddire, quale condizione dell’azione, si fonda sulla mera allegazione fatta in domanda, sicché una concreta ed autonoma questione intorno ad essa si delinea soltanto quando l’attore faccia valere un diritto altrui, prospettandolo come proprio, ovvero pretenda di ottenere una pronunzia contro il convenuto pur deducendone la relativa estraneità al rapporto sostanziale controverso.
Ebbene, sulla scorta di quanto sin qui esposto, l’eccezione sollevata dalla resistente NNNN s.n.c. va correttamente riqualificata quale eccezione di difetto di titolarità passiva del rapporto dedotto in giudizio e merita accoglimento emergendo dalla documentazione in atti l’intervenuta vendita del lastrico solare in data 8.3.2011 alla SSSS Txxx s.r.l. (cfr. atto pubblico per nota Dxx e relativa nota di trascrizione).
L’eccezione di difetto di legittimazione passiva sollevata dalla ZZZZ s.as. non merita, invece, accoglimento in quanto la stessa è stata convenuta nel presente giudizio quale impresa esecutrice materiale della nuova opera oggetto di causa (impianto fotovoltaico).
Invero, l’accertamento della legittimità della nuova opera, se deve necessariamente essere compiuto nei confronti del proprietario della stessa, riguarda direttamente anche il costruttore (nell’ipotesi che sia persona diversa) non solo per il riflesso che la pronuncia sulla legittimità dell’opera ha sul provvedimento cautelare di sospensione, ma anche per la statuizione sul carico delle spese del procedimento (cfr. Cass. civ., sez. 2, 21 maggio 1973, n. 1471).
B) L’evidente fondatezza della eccezione sollevata dalla NNNN s.n.c., ha messo in luce il problema dell’opportunità di estendere il contraddittorio nei confronti della società acquirente del cespite SSSS ITxxx s.r.l.
E’ noto che nei giudizi nunciatori, quando il fatto lesivo della proprietà o del possesso sia riferibile a diversi soggetti, l’uno quale esecutore materiale e l’altro quale autore morale (ed è tale anche il soggetto che dell’atto lesivo si giovi, come appunto il proprietario dell’opera), sussiste la legittimazione passiva di entrambi, ma non ricorre un’ipotesi di litisconsorzio necessario, potendo la pretesa essere coltivata anche nei confronti di uno solo dei responsabili (cfr. Cass. civ., sez. VI, 5 aprile 2011, n. 7748; Cass. civ., sez. II, 11 settembre 2000, n. 11916). Cionondimeno, con riguardo al procedimento di denuncia di nuova opera, promosso per ottenere, in via cautelare, la sospensione dei lavori intrapresi in fabbricato, e poi, in esito alla fase (ora eventuale) di ordinaria cognizione ed a titolo petitorio, il ripristino della precedente situazione, la legittimazione passiva tanto dell’autore materiale dell’opera quanto del proprietario va riconosciuta soltanto in detta fase cautelare, mentre, in quella successiva, la legittimazione medesima spetta esclusivamente al proprietario, quale destinatario della pronuncia richiesta al giudice (cfr. Cass. civ., sez. II, 16 luglio 1992, n. 8648).
La giurisprudenza reputa per lo più ammissibile l’intervento o la chiamata del terzo nel giudizio cautelare purché ciò avvenga in forme compatibili con l’esigenza di celerità che connota tale giudizio e qualora al terzo possa derivare una utilità o un pregiudizio dall’attuazione del provvedimento richiesto (in tal senso v. Cass. Civ., sez. I, 13 marzo 1995, n. 2903; Trib. Lecco, ord. 13 dicembre 2001, in Giur. milanese 2002, 210; Trib. Roma, ord. 12 marzo 2001, in Giust. Civ. 2002, I, 751; Trib. Napoli, ord. 20 febbraio 2001, in Giur. Mer. 2001, I, 1261; Trib. Ravenna, ord. 9 giugno 1997, in Giur. it. 1998, 698; Trib. Salerno, ord. 14 maggio 1997, in Giur. Mer. 1998, 16; Trib. Verona, ord. 28 marzo 1995, in Giur. It. 1996, I, 2, 186)
Sussistendo nel caso de quo l’evidente necessità di tutelare il diritto di difesa della società che ha acquistato il lastrico solare, la scrivente, con l’ordinanza del 2.8.2011, ne ha ordinato ex art. 107 c.p.c. la chiamata in causa. Non pare, del resto, inopportuno evidenziare che l’assenza in questa fase dell’effettivo proprietario dell’opera in corso di realizzazione avrebbe potuto avere ripercussioni negative anche nella successiva fase di attuazione di un eventuale ordine di sospensione dei lavori.
C) Tutto ciò premesso, va evidenziato che nella fattispecie in esame era pacifica la sussistenza dei requisiti che condizionano la proponibilità dell’azione nella fase cautelare (l’infrannualità dall’inizio dell’opera e la sua incompletezza), mentre invece era controversa la ricorrenza del presupposto necessario per la concessione della misura richiesta (sospensione dei lavori), ovvero l’esistenza di un pericolo di danno per i beni immobili di proprietà esclusiva del ricorrente derivante dalla esecuzione delle opere per cui è causa.
Com’è noto, la denuncia di nuova opera può essere proposta anche con riferimento ad opere, che pur se non immediatamente lesive, siano suscettibili di essere ritenute fonte di un futuro danno in forza dei caratteri obiettivi che esse potranno assumere se condotte a termine. Condizione dell’azione di nuova opera, pertanto, non deve necessariamente identificarsi in un danno certo o già verificatosi, ma può anche riconoscersi nel ragionevole pericolo che il danno si verifichi in conseguenza della situazione determinatasi per effetto dell’opera portata a compimento (cfr. Cass. civ., sez. II, 12 marzo 2002, n. 3573; Cass. civ., sez. II, 22 gennaio 2001, n. 892).
Nel caso in esame tre erano le tipologie di danno che la ricorrente KKKK s.a.s. riteneva avrebbe subito all’esito del completamento dell’impianto fotovoltaico sul lastrico solare: 1) danni all’equilibrio statico dell’immobile; 2) lesione del decoro architettonico dell’edificio; 3) preclusione del proprio diritto di antenna.
In relazione all’ultima voce di danno lamentata va subito evidenziato che la stessa non potrà essere valutata in relazione alla domanda ex art. 1171 c.c. bensì unicamente in relazione alla domanda subordinata ex art. 700 c.p.c.: il pregiudizio tutelato con l’azione di nuova opera va, difatti, inteso unicamente come danno che incida sulla consistenza fisica della cosa su cui si esercita il diritto di proprietà od il possesso e non anche come pregiudizio inerente all’esercizio di facoltà giuridiche connesse al diritto che il denunciante vanta sulla cosa.
Vanno a questo punto richiamate ai fini della decisione, perché condivise dal Tribunale in quanto frutto di corretto metodo di indagine e di puntuale adempimento dell’incarico conferito, le conclusioni raggiunte dalla CTU. Deve all’uopo evidenziarsi che il giudice del merito, quando aderisce alle conclusioni del consulente tecnico che nella relazione abbia tenuto conto, replicandovi, dei rilievi dei consulenti di parte (come appunto avvenuto nel caso di specie), esaurisce l’obbligo della motivazione con l’indicazione delle fonti del suo convincimento; non è quindi necessario che egli si soffermi anche sulle contrarie allegazioni dei consulenti tecnici di parte che, seppur non espressamente confutate, restano implicitamente disattese perché incompatibili con le conclusioni tratte. In tal caso, le critiche di parte, che tendano al riesame degli elementi di giudizio già valutati dal consulente tecnico, si risolvono in mere argomentazioni difensive, che non possono configurare il vizio di motivazione previsto dall’art. 360, n. 5, c.p.c. (cfr. Cass. civ., sez. I, 9 gennaio 2009, n. 282; Cass. civ., sez. I, 3 aprile 2007, n. 8355).
Ebbene, il CTU ing. Gxx, all’esito dei saggi effettuati sul lastrico solare, riferisce che “l’aggravio dello stato tensionale indotto nelle strutture di copertura dall’installazione dell’impianto fotovoltaico, nella configurazione planimetrica ritrovata in sito, non sia tale da pregiudicarne la stabilità. L’incremento dei carichi di copertura produce anche un aumento delle masse sollecitate in caso di sisma, ma considerata l’esiguità di tale incremento … si ritiene trascurabile la verifica sismica” (cfr. pag. 22 dell’elaborato peritale).
Per quanto, invece, attiene alla lamentata lesione del decoro architettonico dell’edificio – quale estetica data dall’insieme delle linee e delle strutture ornamentali che costituiscono la nota dominante dell’edificio imprimendo allo stesso una sua armoniosa fisionomia (cfr. Cass. civ., sez. II, 25 gennaio 2010, n. 1286) -, va preliminarmente ricordato che il decoro architettonico (allorché possa individuarsi nel fabbricato una linea armonica, sia pure estremamente semplice, che ne caratterizzi la fisionomia e l’identità) è un bene comune il cui mantenimento è tutelato a prescindere dalla validità estetica assoluta delle modifiche che si intendono apportare (cfr. Cass. civ., sez. II, 4 aprile 2008, n. 8830).
Il Perito, con valutazione assolutamente condivisibile, ha escluso che le installazioni dei pannelli fotovoltaici ledano il decoro architettonico del fabbricato all’interno del quale sono site le unità immobiliari di proprietà della ricorrente osservando che “il complesso edilizio “Parco NNNN”, risulta una costruzione di semplice e comune fattura, senza un preciso stile architettonico”,specificando altresì che “le installazioni dell’impianto fotovoltaico risultano, peraltro, non visibili sul fronte Nord, dall’ingresso del parco, perché coperte dal parapetto preesistente, sono realizzate sufficientemente rientrate rispetto al filo della facciata Sud (nei pressi della … …. ) e sono scarsamente visibili da via Exxx. Sono, invece, chiaramente visibili dagli immobili a torre sul fronte Ovest, che comunque, possono ritenersi punti di vista secondari”(cfr. pag. 31 dell’elaborato peritale).
Del resto, il favor legislativo per le fonti energetiche rinnovabili (si pensi, ad esempio, all’ art. 11 d.lgs. 3 marzo 2011, n. 288 che ha imposto la previsione dell’utilizzo di fonti rinnovabili per la copertura dei consumi di calore, di elettricità e per il raffrescamento sia per i progetti di edifici di nuova costruzione, che per i progetti di ristrutturazioni rilevanti degli edifici esistenti) non può non incidere nel bilanciamento dei contrastanti diritti delle parti, posto che il diritto della ricorrente alla tutela del decoro architettonico dello stabile comune ha natura meramente privatistica (l’esigenza di tutela del decoro architettonico trova in realtà fondamento, più che nella comproprietà di talune parti dell’edificio, nella proprietà separata di una unità immobiliare che risentirebbe danno dall’esecuzione di opere che compromettessero l’euritmia del fabbricato), mentre quello della società resistente alla installazione dei pannelli fotovoltaici finisce per avere inevitabilmente anche riflessi pubblicistici in un’ottica di tutela del bene comune “ambiente”.
Deve, infatti, necessariamente considerarsi nel bilanciamento dei contrapposti interessi che l’uso di pannelli fotovoltaici è attualmente considerato desiderabile per il contributo alla produzione di energia elettrica senza inconvenienti ambientali (invero, secondo la più avveduta giurisprudenza amministrativa la possibilità di installazione di impianti fotovoltaici sugli edifici costituisce ormai una regola mentre il diniego della P.A. per la sussistenza di un vincolo paesistico una mera eccezione, in tal senso v. Cons. Stato, 18 gennaio 2012, n. 179; Tar Brescia Lombardia, 4 ottobre 2010, n. 3726). Nel contrasto tra l’interesse particolare del condomino a non vedere alterare il decoro architettonico del fabbricato e l’interesse generale a favorire il risparmio energetico, ci si deve di conseguenza orientare nel senso di attribuire prevalenza all’interesse più aderente al concetto di utilità sociale.
Dalle considerazioni sin qui esposte discende, in definitiva, il rigetto della richiesta sospensione dei lavori per difetto del necessario periculum di cui all’art. 1171 c.c.
E’, altresì, emerso dalla espletata consulenza che i lavori di realizzazione dell’impianto fotovoltaico possono continuare così come previsti in progetto non essendo necessario imporre alcuna particolare ed ulteriore prescrizione o cautela.
D) La ricorrente KKKK s.a.s. ha proposto in via subordinata domanda ex art. 700 c.p.c. sempre al fine di ottenere la sospensione dei lavori o la loro prosecuzione previa imposizione delle opportune cautele.
In relazione alla domanda ex art. 700 c.p.c., va ricordato come il legislatore anteponga il limite della “residualità” dei provvedimenti d’urgenza: la norma opera, infatti, “fuori dai casi regolati nelle precedenti sezioni di questo capo”, che è poi il capo sui procedimenti cautelari, inserito nel libro IV del c.p.c. (vale a dire fuori dai casi che lasciano spazio ai sequestri, alle azioni di nunciazione ed ai procedimenti di istruzione preventiva).
E’ pacifico che la relazione di sussidiarietà dei provvedimenti d’urgenza sia, in realtà, operante con riferimento a tutte le misure cautelari nominate, per quanto non regolate dal Capo III del Libro IV, ma da altre parti del codice di rito, dal codice civile o da leggi speciali. La riserva, inoltre, opera non tanto con riferimento al tipo di diritto sostanziale ma alla natura del concreto periculum in mora: di tal che, ad esempio, anche la proprietà o le situazioni creditorie possono essere cautelate con la tutela atipica ex art. 700 c.p.c. ove si tratti di scongiurare minacce cui il sequestro giudiziario o il sequestro conservativo non porrebbero rimedio. In tal senso depone pure la constatazione della atipicità dei contenuti normativi della disposizione in questione e della discrezionalità concessa al giudice nella scelta del provvedimento più adatto alle esigenze della singola fattispecie. Il ricorso alla cautela innominata resta, pertanto, inammissibile allorquando l’istante possa concretamente disporre o, magari abbia già usufruito, di un’azione cautelare tipica in grado di raggiungere un equivalente grado di abilità a neutralizzare il pregiudizio paventato dal richiedente.
Proprio per tale ragioni il ricorso ex art. 700 c.p.c. proposto dalla KKKK s.a.s. deve considerarsi ammissibile solo in relazione al profilo afferente alla lesione del diritto di antenna in quanto non tutelabile con l’azione di nuova opera contestualmente proposta.
Deve, inoltre, rimarcarsi che l’eventuale difetto di legittimazione della parte originaria non impedisce la valida instaurazione e trattazione del giudizio cautelare ex art. 700 c.p.c. e non preclude, quindi, l’intervento nel corso del procedimento cautelare del soggetto legittimato, attenendo la legittimazione ad agire non ai presupposti processuali ma alle condizioni dell’azione, la cui esistenza è necessaria al momento della decisione (in tal senso v. Trib. Roma 23 marzo 1995, in Giust. civ. 1995, I,1087).
Giova inquadrare in punto di diritto la tematica del c.d. “diritto di antenna”.
La legge 6 maggio 1940, n. 554, concernente la disciplina dell’uso degli aerei esterni per audizioni radiofoniche, all’art. 1 stabiliva che “I proprietari di uno stabile o di un appartamento non possono opporsi alla installazione, nella loro proprietà, di aerei esterni destinati al funzionamento di apparecchi radiofonici appartenenti agli abitanti degli stabili o appartamenti stessi”. All’art. 2, comma 2 precisa che le istallazioni di cui all’art. precedente “non devono in alcun modo impedire il libero uso della proprietà secondo la sua destinazione, né arrecare danni alla proprietà medesima”. All’art. 3 aggiungeva che “il proprietario ha sempre facoltà di fare nel suo stabile qualunque lavoro o innovazione ancorché ciò importi la rimozione o il diverso collocamento dell’aereo, né per questo deva alcuna indennità all’utente dell’aereo stesso”; il proprietario “dovrà in tal caso avvertire preventivamente il detto utente, al quale spetterà di provvedere a propria cura e spese alla rimozione o al diverso collocamento dell’aereo”.
Il D.P.R. 29 marzo 1973, n. 156, aveva in linea di massima ribadito tale previsione stabilendo all’art. 231, comma 2 e seguenti, che “il proprietario o il condomino non può opporsi all’appoggio di antenne, di sostegni, nonché al passaggio di conduttore, fili o qualsiasi altro impianto nell’immobile di sua proprietà occorrente per soddisfare le richieste di utenza degli inquilini o dei condomini. I fili, cavi e ogni altra installazione debbono essere collocati in guisa da non impedire il libero uso della cosa secondo la sua destinazione. Il proprietario è tenuto a sopportare il passaggio dell’immobile di sua proprietà del personale dell’esercente il servizio che dimostri la necessità di accedervi per l’installazione, riparazione e manutenzione degli impianti di cui sopra. Nei casi di cui al presente articolo al proprietario non è dovuta alcuna indennità”.
Tale normativa è attualmente confluita nel decreto legislativo 1° agosto 2003 n. 259 (cd. Codice delle comunicazioni elettroniche) che all’art. 91 prevede “Negli impianti di reti di comunicazione elettronica di cui all’articolo 90, commi 1 e 2, i fili o cavi senza appoggio possono passare, anche senza il consenso del proprietario, sia al di sopra delle proprietà pubbliche o private, sia dinanzi a quei lati di edifici ove non siano finestre od altre aperture praticabili a prospetto. Il proprietario od il condominio non può opporsi all’appoggio di antenne, di sostegni, nonché al passaggio di condutture, fili o qualsiasi altro impianto, nell’immobile di sua proprietà occorrente per soddisfare le richieste di utenza degli inquilini o dei condomini. I fili, cavi ed ogni altra installazione debbono essere collocati in guisa da non impedire il libero uso della cosa secondo la sua destinazione. Il proprietario è tenuto a sopportare il passaggio nell’immobile di sua proprietà del personale dell’esercente il servizio che dimostri la necessità di accedervi per l’installazione, riparazione e manutenzione degli impianti di cui sopra. Nei casi previsti dal presente articolo al proprietario non è dovuta alcuna indennità. L’operatore incaricato del servizio può agire direttamente in giudizio per far cessare eventuali impedimenti e turbative al passaggio ed alla installazione delle infrastrutture”.
L’art. 209 del D.Lgs. n. 259/03 prevede altresì che “I proprietari di immobili o di porzioni di immobili non possono opporsi alla installazione sulla loro proprietà di antenne appartenenti agli abitanti dell’immobile stesso destinate alla ricezione dei servizi di radiodiffusione e per la fruizione dei servizi radioamatoriali. Le antenne, i relativi sostegni, cavi ed accessori non devono in alcun modo impedire il libero uso della proprietà, secondo la sua destinazione, nè arrecare danno alla proprietà medesima od a terzi … ”.
Interpretando le disposizioni esposte, la S.C. ha sottolineato che l’art. 1 della L. 6 maggio 1940, n. 554, che per analogia può essere applicato anche alle antenne destinate alla ricezione televisiva, con lo stabilire che i proprietari di uno stabile o di un appartamento non possono opporsi alla installazione, nella loro proprietà, di aerei esterni destinati al funzionamento di apparecchi radiofonici (o televisivi), appartenenti agli abitanti dello stabile o dell’appartamento stesso, configura a favore del titolare dell’utenza radiofonica o televisiva un vero e proprio diritto soggettivo perfetto. Peraltro, tale diritto è condizionato solo nei riguardi dell’interesse generale, talché le installazioni devono essere eseguite in conformità con le norme contenute nell’art. 78 del R.D. 3 agosto 1928, n. 2295, ma non mai nei confronti dei proprietari obbligati, rispetto ai quali la legge si limita a imporre al titolare del diritto di impianto che tali installazioni non debbono in alcun modo impedire il libero uso della proprietà secondo la sua destinazione, né recare danni alla proprietà medesima (cfr. per tutte Cass. civ., Sez. Un., 22 ottobre 1976, n. 3728). La giurisprudenza reputa in maniera unanime che il diritto di installare antenne radio e televisive su beni di proprietà esclusiva altrui, da parte dell’abitante dell’immobile, costituisca una facoltà che attiene all’esercizio dell’ampio diritto primario, riconosciuto dall’art. 21 cost., alla libera manifestazione del pensiero, attraverso qualsiasi mezzo di diffusione, spettante ad ogni cittadino, sia come destinatario delle manifestazioni di pensiero altrui (diritto all’informazione), comportante l’installazione di antenna ricevente, sia come soggetto attivo della manifestazione stessa (diritto alla diffusione), comportante l’installazione di antenna trasmittente: diritto che, nel predetto duplice aspetto, regolamentato dalla p.a., non incontra altro limite, nei rapporti tra privati, se non quello di non ostacolare il pari diritto degli altri e di non pregiudicare l’esercizio di diritti di altra natura quale quello di proprietà con il libero godimento dell’immobile (in tal senso v. Cass. civ., sez. II, 6 novembre 1985, n. 5399; Cass. civ., sez. II, 16 dicembre 1983, n. 7418).
Tale diritto non ha contenuto reale (servitù), ma ha natura personale e il titolare di esso, in virtù della detta norma, può esercitarlo indipendentemente dalla qualità di condomino, per il solo fatto di abitare nello stabile e di essere o diventare utente radio-televisivo. Si è, ad esempio, conseguentemente ritenuto che quando il locatario di un appartamento, nell’installare un’antenna televisiva, arrechi danno al tetto comune dell’edificio, legittimato passivo dell’azione di risarcimento del danno proposta dal condominio è il solo locatario e non anche il locatore-proprietario dell’appartamento (cfr. Cass. civ., sez. II, 25 febbraio 1986, n. 1176; Cass. civ., sez. Un. n. 1005/1960).
Il diritto di collocare nell’altrui proprietà antenne televisive, riconosciuto dagli art. 1 e 3 legge 6 maggio 1940 n. 554 e 231 D.P.R. 29 marzo 1973 l. n. 156, è dunque espressamente subordinato all’impossibilità per l’utente di servizi radiotelevisivi di utilizzare spazi propri per la collocazione dell’ antenna ovvero di avvalersi di un impianto comune, giacché altrimenti sarebbe ingiustificato il sacrificio imposto ai proprietari (cfr. Cass. civ., sez. II, 21 aprile 2009, n. 9427; Cass. civ., sez. II, 6 maggio 2005, n. 9393). Trattasi, come detto, di diritto soggettivo perfetto, di natura personale, condizionato solo nei riguardi degli interessi generali, ma non nei confronti dei proprietari obbligati, rispetto ai quali la legge si limita ad imporre al titolare del diritto di impianto che l’installazione non debba impedire in alcun modo il libero uso della proprietà secondo la sua destinazione, né arrecare danni alla proprietà medesima (cfr. Cass. civ., sez. II, 21 agosto 2003, n. 12295). Alla stregua delle norme e della interpretazione giurisprudenziale sopra esposte, la S.C. ha appunto ritenuto non consentito condannare il proprietario al ripristino dello stato dei luoghi preesistente allo spostamento delle antenne (da intendersi non solo nel senso più ampio di ripristino dello stato dei luoghi precedente alla esecuzione della nuove opere, ma anche nel senso più ristretto di semplice spostamento della posizione della antenne), posto che spetta all’utente provvedere, a sua cura e spese, alla rimozione ed al diverso collocamento delle stesse antenne (cfr. Cass. civ., sez. II, 24 marzo 1994, n. 2862).
Nella fattispecie in esame la SSSS Txxx s.r.l. non ha mai contestato l’esistenza del diritto della ricorrente KKKK s.a.s. al posizionamento delle antenne sul lastrico solare, deducendo tuttavia che le stesse potevano essere poste tra l’ultima fila di pannelli ed il muro di contenimento del terrazzo.
Il Ctu ha osservato nel proprio elaborato peritale che “Il layout distributivo con cui sono installati i pannelli garantisce la configurazione di corridoi intermedi, tra file di pannelli, larghi oltre 1,60 m all’interno dei quali possono essere con facilità installate e mantenute antenne televisive di dimensioni usuali. E’ stata ritrovata in copertura un’antenna già installata in corrispondenza del parapetto del lato Nord ed è stato possibile osservare che la disposizione dell’ultima fila di pannelli fotovoltaici, immediatamente a ridosso, ne rende difficile l’accesso per eventuale manutenzione”, consigliando pertanto l’arretramento della fila dei pannelli in modo da garantire un franco libero dal parapetto di almeno 1,20 metri (cfr. pag. 32 della perizia).
La SSSS Txxx s.r.l. ha dedotto a verbale di udienza del 10.7.12 di aver immediatamente provveduto ad adottare la cautela suggerita dal CTU (circostanza non contestata dalla difesa della ricorrente).
Tuttavia, non può non osservarsi che essendo possibile il posizionamento in sicurezza della predetta antenna (come di altre) in ulteriori e diversi punti del lastrico solare, così come evidenziato dall’ing. Gxx, sarebbe stato onere della KKKK s.a.s. provvedere al suo spostamento in uno degli stessi.
Tale conclusione fa leva sulla ragionevole considerazione che il diritto predicato dalla ricordata normativa incontra il divieto di menomare al di là dello stretto necessario il diritto di proprietà di colui che deve consentire l’installazione su parte del proprio immobile. Il diritto vantato dalla ricorrente non comprende infatti la facoltà di scegliere voluttuariamente il sito preferito per l’antenna, ma, come è insito nei principi generali in materia di condominio, di atti emulativi e di imposizione di servitù coattive, va coordinato con la esistenza di una effettiva esigenza di soddisfare la richiesta di utenza non altrimenti realizzabile. La limitazione imposta deve dunque essere minima, non dovendosi ostacolare oltre lo stretto indispensabile il concorrente diritto di proprietà con il connesso libero godimento dell’immobile.
Alla luce delle considerazioni sin qui esposte deve concludersi per l’infondatezza della domanda cautelare ex art. 700 c.p.c. per difetto del fumus boni iuris non essendo configurabile alcuna lesione del diritto di antenna della ricorrente eziologicamente riconducibile al completamento dell’impianto fotovoltaico posto sul lastrico solare.
E) La NNNN s.n.c. ha proposto domanda riconvenzionale per lite temeraria ex art. 96 c.p.c. nei confronti della ricorrente KKKK s.a.s.
Va rimarcato che l’accoglimento della domanda di condanna al risarcimento del danno ex art. 96 comma 1 c.p.c. presuppone l’accertamento sia dell’elemento soggettivo (mala fede o colpa grave) sia dell’elemento oggettivo (entità del danno sofferto). Il primo presupposto si concretizza nella consapevolezza della infondatezza domanda e delle tesi sostenute o nel difetto dell’ordinaria diligenza nell’acquisizione di detta consapevolezza (cfr. Cass. civ., sez. III, 30 giugno 2010, n. 15629; Cass. civ., sez. II, 5 ottobre 2009, n. 21263); il secondo presupposto richiede, invece, l’esistenza di un danno e la prova da parte dell’istante sia dell’an che del “quantum debeatur”, in modo da consentire al giudice di identificarne concretamente l’esistenza e la relativa liquidazione, anche se equitativa (cfr. Cass. civ., sez. lav., 27 novembre 2007, n. 24645; Cass. civ., sez. I, 12 dicembre 2005, n. 27383). Va all’uopo sottolineato che, secondo la costante giurisprudenza di legittimità, l’art. 96 c.p.c., nel disciplinare come figura di illecito extracontrattuale la responsabilità processuale aggravata per mala fede o colpa grave della parte soccombente in un giudizio di cognizione, attiene alla fattispecie dannosa costituita dagli oneri ulteriori a quelli da liquidarsi ai sensi dell’art. 92 c.p.c., quali onorari nelle quote non ripetibili, interessi ad un tasso superiore a quello legale, eventuali lucri cessanti, che la parte vittoriosa abbia dovuto subire per essere stata costretta a partecipare ad un giudizio del tutto ingiustificato (cfr. Cass. civ., sez. I, 15 settembre 2000, n. 12181; Cass. civ., Sez. Un., 24 febbraio 2000, n. 16).
Presupposto della condanna al risarcimento dei danni a titolo di responsabilità aggravata per lite temeraria è, altresì, la totale soccombenza come si desume dal fatto che la condanna al risarcimento si aggiunge, secondo la previsione dell’art. 96 c.p.c., alla condanna alle spese, la quale è correlata all’esito finale del giudizio (cfr. Cass. civ., sez. II, 12 ottobre 2009, n. 21590; Cass. civ., sez. III, 7 agosto 2002, n. 11917; Cass. civ., sez. I, 2 marzo 2001, n. 3035).
Nella fattispecie in esame, posto che il trasferimento del cespite è avvenuto poco più di un mese prima della proposizione del ricorso (depositato il 15.4.2011) non pare configurabile il requisito della colpa grave nella iniziativa processuale proposta dalla KKKK s.a.s. e, del resto, difetterebbe comunque il secondo dei summenzionati presupposti non avendo in alcun modo la NNNN s.n.c. dato prova della sussistenza di un danno ulteriore rispetto alle spese sostenute per il presente procedimento.
F) A norma dell’art. 669 octies, comma 6°, c.p.c., aggiunto dalla l. n. 80/2005, al presente provvedimento non si applicano le restanti disposizioni del medesimo art. 669 octies c.p.c., potendo peraltro ciascuna parte iniziare il giudizio di merito.
Il comportamento processuale e preprocessuale delle parti, la natura delle questioni affrontate nonché la circostanza che il trasferimento immobiliare sia avvenuto solo un mese prima del deposito del ricorso integrano, ad avviso della scrivente, le gravi ed eccezionali ragioni richieste dall’art. 92 c.p.c. per la compensazione delle spese di lite – così come liquidate in dispositivo – tra la KKKK s.a.s. e la NNNN s.n.c. nella misura della metà, ponendosi la restante metà a carico della ricorrente soccombente.
Di contro, le spese della presente fase nel rapporto tra la ricorrente e la ZZZZ s.a.s. e tra la ricorrente e la terza chiamata SSSS Txxx s.r.l. vanno regolate secondo il disposto dell’art. 91 c.p.c. e sono liquidate come da dispositivo.
Sul punto il Tribunale osserva che,ai sensi dell’art. 9 d.l. 24.1.2012 n. 1 conv. con modifiche in L. 24.3.2012 n. 27, le spese di lite verranno liquidate secondo le tariffe previgenti.
P.Q.M.
letti gli artt. 1171 c.c. e 700 c.p.c.,
- rigetta entrambe le domande cautelari;
- rigetta la domanda riconvenzionale ex art. 96 c.p.c. proposta dalla NNNN di BX TIZIOX e C. S.N.C.;
- condanna la KKKK di AX MEVIOX & c. S.A.S., in persona del legale rappresentante p.t., a rimborsare alla NNNN di BX TIZIOX e C. S.N.C., in persona del legale rappresentante p.t., la metà delle spese processuali sostenute, che liquida in complessivi euro 1.400,00, di cui euro 450,00 per diritti ed euro 950,00 per onorari, oltre IVA,CPA, e rimborso spese generali;
- condanna la KKKK di AX MEVIOX & c. S.A.S., in persona del legale rappresentante p.t., a rimborsare alla SSSS TXXX S.R.L. in persona del legale rappresentante p.t., le spese processuali sostenute, che liquida in complessivi euro 1.750,00, di cui euro 650,00 per diritti ed euro 1.100,00 per onorari, oltre IVA, CPA, e rimborso spese generali, con distrazione ex art. 93 c.p.c. in favore del procuratore antistatario Avv. Lxx;
- condanna la KKKK di AX MEVIOX & c. S.A.S., in persona del legale rappresentante p.t., a rimborsare alla ZZZZ di CX CAIOX & C. S.A.S.. in persona del legale rappresentante p.t., le spese processuali sostenute, che liquida in complessivi euro 1.500,00, di cui euro 550,00 per diritti ed euro 950,00 per onorari, oltre IVA, CPA, e rimborso spese generali, con distrazione ex art. 93 c.p.c. in favore dei procuratori antistatari Avv. Mxx e Pxx;
- pone a definitivo carico della KKKK di AX MEVIOX & c. S.A.S. le spese di CTU nella misura liquidata con separato decreto emesso in corso di causa.
Così deciso in Nola, 17 luglio 2012
Il Giudice
Dott.ssa Caterina Costabile

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