Furto con destrezza, temporanea distrazione della persona offesa

Corte di Cassazione,  Sezioni Unite sentenza del  12 luglio 2017 – – – Furto con destrezza – situazione di temporanea distrazione della persona offesa – circostanza aggravante – insussistenza

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Codice penale

Corte di Cassazione,  Sezioni Unite sentenza del  12 luglio 2017, (ud. 27-04-2017) dep. 12-07-2017, n. 34090

Furto con destrezza – situazione di temporanea distrazione della persona offesa – circostanza aggravante – insussistenza.

 

Non sussiste l’aggravante della destrezza se il soggetto agente approfitta di una temporanea distrazione della persona offesa.

 

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<< La circostanza aggravante della destrezza di cui all’art. 625 cod. pen., comma 1, n. 4, richiede un comportamento dell’agente, posto in essere prima o durante l’impossessamento del bene mobile altrui, caratterizzato da particolare abilità, astuzia o avvedutezza, idoneo a sorprendere, attenuare o eludere la sorveglianza sul bene stesso; sicchè non sussiste detta aggravante nell’ipotesi di furto commesso da chi si limiti ad approfittare di situazioni, dallo stesso non provocate, di disattenzione o di momentaneo allontanamento del detentore dalla cosa >>

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Le Sezioni Unite sono chiamate a risolvere la questione di diritto compendiata nel seguente quesito << se, nel delitto di furto, la circostanza aggravante della destrezza, prevista dall’art. 625 cod. pen., comma 1, n. 4, sia configurabile quando il soggetto agente si limiti ad approfittare di una situazione di temporanea distrazione della persona offesa>>.

Il contrasto interpretativo, acuito in tempi recenti, sorge dalla circostanza che la disposizione codicistica di cui all’art. 625 cod. pen., comma 1, n. 4, non contiene esplicite definizioni del concetto di “destrezza” e/o “ indicazioni  esemplificative per definire tale particolare condotta.

Ciò ha determinato recentemente divergenti interpretazioni che hanno richiesto l’intervento delle Sezioni Unite la cui soluzione non assume valore soltanto sul piano dogmatico, ma riveste rilievo concreto perchè la soluzione prescelta incide sul regime di procedibilità dell’azione penale, essendo l’autore del furto aggravato, e non di quello semplice, perseguibile d’ufficio e dipendendo dal riconoscimento della fattispecie aggravata, col conseguente innalzamento dei limiti sanzionatori, la possibilità di applicazione della causa di non punibilità della speciale tenuità del fatto di cui all’art. 131-bis cod. pen.

Un primo indirizzo, riconosce la circostanza aggravante in esame in ogni situazione in cui l’agente colga l’occasione favorente la realizzazione dell’impossessa- mento, inclusa la momentanea sospensione da parte della persona offesa del controllo sul bene, perchè poco attenta, oppure per essere impegnata, nello stesso luogo di detenzione della cosa o in luogo immediatamente prossimo, a svolgere le proprie attività di vita o di lavoro.[1]

Un secondo indirizzo, esclude la destrezza nella condotta di chi si avvalga di un momento di distrazione o del temporaneo allontanamento dal bene del suo detentore, in entrambi i casi non provocato dall’attività dell’autore del furto, perchè l’azione non presenta alcun tratto di abilità esecutiva o di scaltrezza nell’elu- sione del controllo dell’avente diritto, ma al più l’audacia e la temerarietà di sfidare il rischio di essere sorpresi.[2]

Il Supremo Consesso ritiene di aderire al secondo indirizzo giurisprudenziale di seguito ad una approfondita disamina storico-sistematica della disposizione codicistica.

Infatti, secondo l’art. 403, comma 1, n. 4, vigente sotto il Codice Zanardelli era testuale la previsione del duplice requisito dell’applicazione della destrezza nei confronti del soggetto passivo e del compimento dell’azione in luogo accessibile senza limitazioni, nel quale questi non potesse avvalersi di specifici mezzi di protezione dei propri averi, esposti all’altrui aggressione. Secondo il Codice Rocco, è stata mantenuta la individuazione della destrezza quale situazione tipica costituente aggravante, ma né è stato ampliato l’ambito applicativo con la soppressione del requisito personale e spaziale.

L’elaborazione giurisprudenziale e dottrinale, nell’applicazione dei casi concreti ha provato di volta in volta a definire il significato di destrezza: nel linguaggio comune individua, sotto il profilo materiale, l’accortezza, la rapidità, l’agilità e la prestanza nel compiere una determinata azione; sotto il profilo psicologico, individua il saper superare le difficoltà e raggiungere l’obiettivo prefissatosi.

Tali concetti riferendoli al contesto giuridico ed al furto in particolare hanno indotto la Giurisprudenza ad individuare nella destrezza un elemento specializzante della fattispecie base attribuendogli il significato di abilità motoria e sveltezza intese in senso fisico, oppure di avvedutezza e scaltrezza, quali doti intellettive, in entrambi i casi applicate e manifestate nel compiere l’impossessamento del bene altrui in modo tale da eludere, sviare, impedire la sorveglianza da parte del possessore e da rendere più insidiosa ed efficace la condotta.

L’analisi delle situazioni concrete, oggetto di pronunciamento, fa emergere che la capacità operativa, tale da integrare la destrezza, è stata riconosciuta in condotte tipicamente improvvise e repentine, come nel comportamento chiamato per prassi borseggio, nel quale l’agente riesce con gesto rapido ed accorto a porre in essere tutte le cautele necessarie per evitare che la persona offesa si renda conto dell’asportazione in atto dalla sua persona o dei suoi accessori[3]   ma anche quando la modalità esecutiva sia astuta, avveduta e circospetta, presenti un connotato più psicologico che fisico, sempre che sia in grado in astratto di superare il controllo e la vigilanza esercitata dalla persona offesa[4]

In alcuni casi, per la definizione normativa della fattispecie aggravata in esame si è ammesso che la “condotta destra” possa investire tanto la persona del derubato, come nel caso del borseggio, quanto direttamente il bene sottratto se non si trovi sul soggetto passivo ma sia alla sua portata e questi eserciti la vigilanza sullo stesso, anche se non a stretto contatto fisico.[5]

Inoltre, per configurare la circostanza aggravante in esame si è ritenuto che la norma di riferimento non esiga un’abilità eccezionale o straordinaria, nè la sicura e dimostrata efficienza del gesto esecutivo, che potrebbe anche essere percepito dalla parte lesa o da terzi, nè il conseguimento di un risultato appropriativo concreto, dipendente dalla manovra qualificabile come destra, in modo tale da riconoscere la circostanza quando dalle modalità agili o astute di commissione discenda il compimento del furto con successo, e da negarla quando il derubato, nonostante l’abilità operativa dell’agente, si sia accorto dell’azione criminosa nell’atto della sua perpetrazione. L’atteggiamento soggettivo della vittima e la sua eventuale percezione del reato in corso di realizzazione sono dunque privi di rilievo, potendo al più far arrestare l’azione al livello esecutivo del tentativo.[6]

Le puntualizzazioni concettuali richiamate secondo le Sezioni Unite danno conto della ratio della circostanza aggravante: il fatto criminoso presenta più marcato disvalore perchè l’altrui patrimonio è oggetto di aggressione compiuta con modalità più efficaci in quanto rapide, agili, oppure scaltre ed avvedute, dimostrative di incrementata pericolosità sociale ed in grado di menomare la difesa delle cose. Tuttavia osservano ancora i Supremi Giudici che se tali rilievi, da un lato, illuminano sul contenuto di antigiuridicità dell’aggravante, dall’altro non sciolgono il nodo interpretativo che pongono le situazioni in cui l’agente non determini la disattenzione della persona offesa, frutto di causa diversa ed autonoma dal suo operato.

Si è riconosciuta altresì, la destrezza per l’approfittamento di una condizione favorevole appositamen te creata per allentare la sorveglianza e neutralizzarne gli effetti.[7]

Ben diversa è la situazione concreta che si presenta quando l’agente non operi per creare le condizioni favorevoli alla sottrazione, ma si limiti a percepirle nella realtà fenomenologica a lui esterna ed a volgerle a proprio favore, inserendovi la propria azione appropriativa del bene altrui.

L’opinione favorevole a qualificare come destra siffatta condotta fa leva sulla ricostruzione dell’istituto come non richiedente nel soggetto attivo un’abilità eccezionale e straordinaria, per effetto della quale il derubato non abbia modo di accorgersi della sottrazione[8] e, nell’assenza di puntuali definizioni normative, ritiene l’aggravante integrata dall’impiego di qualsiasi modalità idonea ad eludere l’attenzione del soggetto passivo sulla commissione del reato. L’indeterminatezza dell’idoneità dell’azione autorizza a ravvisare la destrezza anche nell’approfittamen- to in sè di una momentanea distrazione del derubato o nel suo temporaneo allontanamento dal bene, senza che alcuna importanza possa attribuirsi all’essere essi stati causati dall’agente, poichè rileva solo lo “stato di tempo e di luogo tale da attenuare la logica attenzione della parte lesa nel mantenere il dominio ed il possesso sulla cosa”[9]

In questi casi, si è valorizzato la capacità dell’agente di comprendere il contesto fattuale in cui interviene e le dinamiche delle azioni altrui, nonchè di sfruttare, con prontezza di reazione e di decisione, le opportunità favorevoli a superare la normale vigilanza dell’uomo medio ed a realizzare l’impossessamento, perchè tale condotta è compiuta grazie all’approfittamento delle vantaggiose opportunità del momento, anche se non provocate, e rivela la maggiore pericolosità del reo.

Le Sezioni unite non concordano con siffatta impostazione in quanto non offrendo soluzioni immediate il criterio prioritario dell’interpre- tazione letterale della norma, ritengono si debba fare ricorso al canone ermeneutico logico e sistematico e quindi a quello teleologico, che integrano il senso delle espressioni linguistiche mediante la considerazione coordinata del testo della previsione normativa nell’ambito del sistema normativo in cui esso è collocato e della sua ratio.

La concretizzazione del concetto di destrezza può ricavarsi in primo luogo dal raffronto sistematico con la fattispecie basilare del furto non aggravato come delineata dal legislatore all’art. 624 cod. pen. Se effettivamente la disposi- zione dell’art. 625 cod. pen. non pretende perchè si configuri la destrezza che l’autore del furto faccia ricorso a doti di eccezionale o straordinaria abilità, che la dottrina definisce “virtuosismo criminale”, ciò nonostante la modalità della condotta destra deve esprimersi in un quid pluris rispetto all’ordinaria materialità del fatto di reato, che si aggiunga a quanto ordinariamente richiesto per porre in essere la condotta furtiva, consistente nella sottrazione della cosa e nel conseguente suo impossessamento, che identificano l’essenza della fattispecie di asportazione unilaterale e qualificano il suo disvalore. In altri termini, – aggiungono i Giudici delle Sezioni Unite – la modalità esecutiva, per dare luogo all’aggravante, deve potersi distinguere dal fatto tipico, che realizza il furto semplice, deve rivelare un tratto specializzante ed aggiuntivo rispetto agli elementi costitutivi della fattispecie basilare, costituito dall’abilità esecutiva dell’autore nell’appropriarsi della cosa altrui, che sorprenda o neutralizzi la sorveglianza sulla stessa esercitata e disveli la sua maggiore capacità criminale e la più efficace attitudine a ledere il bene giuridico protetto.

Ne discende che il furto di un bene perpetrato da chi colga a proprio vantaggio l’occasione propizia offerta dall’altrui disattenzione, non artatamente e preventivamente cagionata, non presenta i caratteri della destrezza, ossia dell’elemento strutturale della fattispecie di furto circostanziato, tipizzato dall’art. 625 cod. pen., comma 1, n. 4, configurabile soltanto quanto il soggetto attivo si avvalga di una particolare capacità operativa, superiore a quella da impiegare per perpetrare il furto, nel distogliere o allentare la vigilanza sui propri beni, esercitata dal detentore. Sempre sul piano sistematico, ritengono le Sezioni Unite che utili argomenti per la soluzione del quesito giuridico siano rinvenibili nella disposizione contenuta nell’art. 625 cod. pen., comma 1, n. 6, che qualifica come ulteriore circostanza aggravante l’essere stato il furto “commesso sul bagaglio dei viaggiatori in ogni specie di veicoli, nelle stazioni, negli scali o banchine, negli alberghi o in altri esercizi ove si somministrano cibi o bevande”.

La norma prende in considerazione la particolare condizione del soggetto passivo quando si sposti dalla dimora o residenza abituale verso altra località e debba affrontare la difficoltà di portare con sè degli oggetti, a servizio delle proprie necessità, comodità o utilità personali, anche inerenti all’attività lavorativa o alle finalità del viaggio, costituenti il bagaglio che ha l’esigenza di trasportare mediante un qualsiasi mezzo di locomozione in luoghi ove si concentra una moltitudine di altre persone. Il legislatore ha inteso assegnare uno specifico rilievo nella consi- derazione dell’incrementata gravità della condotta spoliativa al suo compimento in situazioni di affollamento, confusione ed estraneità del luogo, che nella vittima possono provocare disorientamento ed il possibile allentamento dell’usuale livello di controllo su quanto condotto con sè come bagaglio, con la conseguente più difficoltosa e meno efficace sua sorveglianza, che ne agevola l’asportazione da parte di chi, trovatosi sul mezzo di trasporto o nel punto di sosta, approfitti dell’opportunità favorevole per perpetrare il furto.

Con l’assegnazione al delitto commesso in danno di viaggiatori di un autonomo rilievo quale elemento accidentale il legislatore ha inteso valorizzare i contesti concreti che nella realtà degli accadimenti quotidiani facilitano la distrazione del detentore, perchè concentrato sulle implicazioni del viaggio, e l’asportazione dei suoi beni ad opera di chi, senza avere provocato la condizione di attenuata difesa del patrimonio, volga quello stato di fatto a proprio vantaggio per appropriarsi del bagaglio.

Da tale autonoma previsione normativa, deve trarsene che, nelle valutazioni del legislatore, lo stato di disattenzione della vittima, autonomamente insorto, e l’approfittamento dello stesso quale condizione favorente l’aggressione al suo patrimonio sono stati già considerati elementi strutturali della fattispecie tipica di furto aggravato ai sensi dell’art. 625 cod. pen., comma 1, n. 6 e non possono dar luogo, in differente contesto fattuale, all’autonoma e diversa circostanza aggravante dell’aver agito con destrezza.

Alle medesime conclusioni si perviene se si esamina l’aggravante in riferimento al bene giuridico protetto ed alla sua offesa, che costituisce il fondamento giustificativo dell’incriminazione. Perchè si realizzi la fattispecie circostanziale il fatto di reato deve presentare una modalità attuativa caratterizzata da un’incrementata capacità di ledere il bene protetto, che dia conto delle ragioni dell’aggravamento della punizione del suo autore. Sul punto, Le Sezioni Unite hanno dato seguito alla linea interpretativa già espressa dalle medesime Sezioni Unite nella sentenza n. 40354 del 18/07/2013, Sciuscio, Rv. 255974, in riferimento alla circostanza aggravante dell’uso del mezzo fraudolento, di cui all’art. 625 cod. pen., comma 1, n. 2, che presenta significative assonanze con la destrezza, implicando anch’essa un grado più intenso di capacità appropriativa, rivelata dalle specifiche modalità dell’azione di aggressione dell’altrui patrimonio.

Nell’autorevole pronunzia richia- mata venne eseguita una disamina della norma incriminatrice in base al principio di offensività, nel quale si riassume l’esigenza dell’ordina- mento che il comportamento umano che infrange il precetto penale realizzi un evento naturalistico, ma anche una lesione al bene della vita tutelato dal comando violato. Assume rilievo, per le ricadute sulla soluzione del quesito all’esame, l’estensione del principio di offensività alle circostanze del reato, che ha già trovato avallo nella giurisprudenza costituzionale[10] ossia a quegli elementi accidentali che si aggiungono al fatto di reato tipico di base e ne accrescono il disvalore, per tale ragione soggetto a punizione più severa.

Ritiene il Supremo Consesso che, riferendo i medesimi criteri al furto con destrezza, qualificato da una condotta spoliativa attuata con particolare ingegno, astuzia e scaltrezza e da una risposta punitiva gravosa, che sanziona più seriamente le condizioni di minorata difesa delle cose di fronte all’abilità dell’agente, per poter ravvisare l’aggravante, è necessario che l’agire non si limiti alla mera sottrazione del bene, pur facilitata dall’altrui disattenzione o dalla momentanea assenza, ma riveli connotati di capacità ed efficienza offensiva che incrementino le possibilità di portarlo a compimento ed offendano più seriamente il patrimonio.

Se il furto si realizza a fronte della distrazione del detentore, o dell’abbandono incustodito del bene, anche se per un breve lasso di tempo, che non siano preordinati e cagionati dall’autore, nè accompagnati da altre modalità insidiose e abili che ne divergono l’attenzione dalla cosa, il fatto manifesta la sola ordinaria modalità furtiva, inidonea a ledere più intensamente e gravemente il bene tutelato ed è privo dell’ulteriore disvalore preteso per realizzare la circostanza aggravante e per giustificare una punizione più seria.

Tali osservazioni portano a condividere l’orientamento che propugna una nozione più restrittiva di destrezza in quanto assegnare valore qualificante alla sola prontezza nell’avvalersi della situazione favorevole comunque creatasi significherebbe valorizzare la componente soggettiva del reato e la pericolosità individuale, ponendo in secondo piano la “materialità del fatto” come concretamente offensivo del bene giuridico, in contrasto col principio di cui all’art. 25 Cost., comma 2, che, menzionando il fatto commesso, esclude che il reato possa essere considerato in termini di sola rimproverabilità soggettiva e con la stessa natura oggettiva della circostanza.

Sulla scorta della disamina dell’istituto, compiuta con criterio storico-sistematico e teleologico, le Sezioni Unite hanno formulato il seguente principio di diritto: << La circostanza aggravante della destrezza di cui all’art. 625 cod. pen., comma 1, n. 4, richiede un comportamento dell’agente, posto in essere prima o durante l’impossessamento del bene mobile altrui, caratterizzato da particolare abilità, astuzia o avvedutezza, idoneo a sorprendere, attenuare o eludere la sorveglianza sul bene stesso; sicchè non sussiste detta aggravante nell’ipotesi di furto commesso da chi si limiti ad approfittare di situazioni, dallo stesso non provocate, di disattenzione o di momentaneo allontanamento del detentore dalla cosa >>

 

[1] Tra le tante, Sez. 5, n. 20954 del 18/02/2015, Marcelli, Rv. 265291; Sez. 5, n. 3807 del 16/06/2016, dep. 2017, Pagano, Rv. 268993; Sez. 5, n. 26749 del 11/04/2016, Ouerghi, Rv. 267266; Sez. 5, n. 6213 del 24/11/2015, dep. 2016, Stepich, Rv. 266096; Sez. 2, n. 18682 del 15/01/2015, Bono, Rv. 263517; Sez. 5, n. 7314 del 17/12/2014, H, Rv. 262745; Sez. 5, n. 640 del 30/10/2013, dep. 2014, Rainart, Rv. 257948; Sez. 6, n. 23108 del 07/06/2012, Antenucci, Rv. 252886), per le quali, poichè la disposizione di cui all’art. 625 cod. pen., comma 1, n. 4, non pretende necessariamente l’impiego di doti eccezionali applicate nella sottrazione e tali da impedire al derubato di averne contezza, ricorre l’aggravante della destrezza e l’abilità operativa dell’autore del furto nella condotta di chi sottrae beni da un’autovettura lasciata in sosta sulla pubblica via priva di chiusura, oppure da uno studio medico, da una stanza di degenza ospedaliera, da un negozio o da un cantiere edile, estrinsecan- dosi tale fattispecie nell’approfittamento della condizione disattenta del soggetto passivo, distratto da altre occupazioni o comunque poco concentrato nella sorveglianza dei propri averi.

[2] Si vedano a conforto di questo secondo orientamento: Sez. 4, n. 46977 del 10/11/2015, Cammareri, Rv. 265051; Sez. 2, n. 9374 del 18/02/2015, Di Battista, Rv. 263235; Sez. 5, n. 12473 del 18/02/2014, Rapposelli, Rv. 259877; Sez. 5, n. 19344 del 11/02/2013, T.E.M., Rv. 255380; Sez. 5, n. 11079 del 22/12/2009, dep. 2010, Bonucci, Rv. 246888; Sez. 4, n. 14992 del 17/02/2009, Scalise, Rv. 243207; Sez. 4, n. 42672 del 10/05/2007 Aspa, Rv. 238296).

[3] Sez. 2, n. 946 del 16/04/1969, Reibaldi, Rv. 112022; Sez. 2, n. 6728 del 17/03/1975, Principessa, Rv. 130813.

[4] Sez. 2, n. 6027 del 23/01/1974, Cardini, Rv. 127987.

[5] Sez. 2, n. 2016 del 15/11/1972, Fracassi, Rv. 124003; Sez. 2, n. 4781 del 21/02/1972, Bianco, R v. 121503.

[6] Sez. 2, n. 445 del 08/06/1973, dep. 1974, Buonanno, Rv. 125990.

[7] Sez. 2, n. 658 del 17/03/1970, De Silvio, Rv. 117339; Sez. 3, n. 35872 del 08/05/2007, Alia, Rv. 237285; Sez. 4, n. 13074 del 17/03/2009, Alafleur, Rv. 243876; Sez. 5, n. 10144 del 02/12/2010, Bobovicz, Rv. 249831; Sez. 5, n. 640 del 30/10/2013, dep. 2014, Rainart, Rv. 257948.

[8] Sez. 2, n. 1022 del 11/10/1978, Montariello, Rv. 140954

[9] Sez. 2, n. 7416 del 28/01/1977, Iorio, Rv. 136169; Sez. 2, n. 335 del 04/07/1986, dep. 1987, Di Renzo, Rv. 174825; Sez. 5, n. 20954 del 18/02/2015, Marcelli, Rv. 265291.

[10] Si veda Corte cost., sent. n. 249 del 2010, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 61 cod. pen., comma 1, n. 11-bis, e sent. n. 251 del 2012, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 69 cod. pen., comma 4, nella parte in cui vieta la prevalenza della circostanza attenuante di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5, sulla recidiva di cui all’art. 99 cod. pen., comma 4.

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