Pignoramento presso terzi, decreto giustizia per la crescita

Il pignoramento presso terzi: la nuova struttura e i nuovi limiti di pignorabilità introdotti dal “Decreto giustizia per la crescita” (Francesco Miele)


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Il PIGNORAMENTO PRESSO TERZI:
la nuova struttura e i nuovi limiti di pignorabilità introdotti dal “Decreto Giustizia per la crescita”

di

Dott. Francesco Miele (*)

 

I continui interventi legislativi in materia di espropriazione forzata rappresentano l’esigenza di una sempre maggiore tutela normativa delle ragioni creditorie,  rendendo efficienti i procedimenti di esecuzione e,  al tempo stesso, sono il segno evidente dell’inadeguatezza del mezzo adottato rispetto al fine perseguito.
Gli artt. 543 e ss. c.p.c.  che disciplinano la particolare forma di esecuzione mobiliare avente ad oggetto crediti del debitore verso terzi o cose mobili che si trovino presso un soggetto diverso dal debitore, già modificati per effetto dell’entrata in vigore del D.L.  n. 132/2014,  sono stati da ultimo oggetto di riforma da parte del legislatore
Ripercorrendo il quadro normativo è agevole cogliere che le modifiche apportate al   codice di rito,  per effetto dell’entrata in vigore del D.L. n.  132/2014, conv. con mod. nella  L. 162/2014,  hanno riguardato non solo lo spostamento della  competenza  territoriale,  per l’espropriazione forzata di crediti,  ma  hanno inciso  anche sulla struttura dello stesso atto di pignoramento nella parte relativa alla vocatio in ius.
Tuttavia, sebbene la portata innovativa della norma  ha attuato l’intento  di semplificazione delle procedure  per l’espropriazione presso terzi,   il legislatore ha, da ultimo,  con il D.L.  n. 83/2015, conv. con mod. in L. 132/2015, entrata in vigore il 21/08/2015,  sentito “nuovamente”  l’esigenza di ritornare sull’istituto andando a rivedere il contenuto dell’atto e  la posizione processuale del terzo[1].
Procedendo per gradi  occorre anzitutto analizzare l’art. 26-bis c.p.c. [2] che disciplina la competenza territoriale  per l’ espropriazione forzata  di crediti.
La norma distingue l’ipotesi in cui il debitore appartenga ad una delle pubbliche amministrazioni indicate dall’art. 413, comma 5 c.p.c.,  nel  qual caso la competenza resta radicata dinnanzi al giudice del luogo in cui il terzo debitore  ha  la residenza, il domicilio, la dimora o la sede , e salvo il disposto delle  leggi speciali,  dalle altre ipotesi in cui la competenza si radica dinnanzi al giudice del luogo in cui il debitore ha la residenza , il domicilio, la dimora o la sede.
Una prima riflessione va fatta con riferimento all’inciso “pubblica amministrazione” da riferirsi, come chiarito dalla relazione illustrativa del disegno di legge di conversione (Dossier Senato n. 168/2014), alle amministrazioni pubbliche di cui all’art. 1 comma 2° del D.Lgs. 165/2001,  e salvo il disposto di leggi speciali che fissano autonomi criteri di competenza territoriale[3].
Il secondo comma dell’art. 26 bis c.p.c. ha rappresentato un vera svolta poiché ha spostato la competenza territoriale, in passato radicata dinnanzi al giudice del luogo “dove risiede il terzo debitore”, dinnanzi al al giudice del luogo in cui il debitore ha la residenza, il domicilio, la dimora o la sede, esigenza motivata, almeno secondo l’intento del legislatore, dal garantire la simultaneità del processo di espropriazione di crediti.
Così delineato il criterio di riparto occorre allora chiedersi se la competenza  per territorio sia o meno derogabile tra le parti.
Secondo la lettura sistematica degli artt. 28 e 38 c.p.c., e come ampiamente argomentato dalla giurisprudenza di legittimità chiamata a pronunciarsi sul punto[4], “la competenza stabilita  dall’art. 26 comma terzo  e dall’art. 543, comma secondo, n. 4, è esclusiva ed inderogabile …. per cui le violazioni della relativa disciplina sono rilevabili anche d’ufficio,  entro la prima udienza di comparizione (cfr. sul punto anche la nota del Ministero della Giustizia prot. n. 6/1312/035/2011/CA e Prot. n. VI – DOG/710/03 – 1/2013/CA )”. Tali principi,  sebbene enunciati sotto la vigenza delle precedenti disposizioni, sono sicuramente riferibili anche alle norme del codice di rito,  come novellate.
In merito alla struttura complessa dell’atto di pignoramento presso terzi, sostanziali modifiche sono rappresentate dall’eliminazione, nella parte relativa alla vocatio, della citazione del terzo a comparire in udienza. L’atto di pignoramento dovrà solo essere notificato al terzo, anche a mezzo del servizio postale essendo stato eliminato l’avverbio “personalmente”, al fine di consentirgli di rendere la dichiarazione di quantità,  con lettera raccomandata  o posta elettronica certificata (Art. 543 c.p.c.).
La norma, sebbene  modificata  a seguito dalla riforma attuata con la legge 162/2014, non ha superato l’empasse della riforma attuata, da ultimo,  con il D.L. n. 83/2015.
In particolare, il legislatore delle riforme, introduce nell’art. 548 c.p.c., relativo alla mancata dichiarazione del terzo,  la previsione che il credito (o il bene) pignorato si considera non contestato soltanto se “l’allegazione del creditore consente l’identificazione del credito o dei beni di appartenenza del debitore in possesso del terzo”.
Inoltre,  l’art. 549 c.p.c., anch’esso modificato, dispone che il giudice provveda con ordinanza,  sia in caso di contestazioni sulla dichiarazione che a seguito dell’impossibilità dell’esatta identificazione del credito o dei beni del debitore in possesso del terzo.
Pertanto, l’aliquid novi è da ricercare nella circostanza che, in caso di mancata dichiarazione del terzo, chiamato a specificare i beni del debitore in suo possesso,  il credito pignorato si considera non contestato (solo ) se l’allegazione del creditore consente comunque l’identificazione del credito o dei beni in possesso del terzo; se l’allegazione,  non consente tale identificazione,  spetta al giudice compiere i necessari accertamenti nel contraddittorio delle parti.
Trattasi di una verifica rimessa al prudente apprezzamento del giudice e che nulla ha innovato per quanto attiene alla formula da adottare in sede di redazione dell’atto di pignoramento presso terzi posto che l’art.  543 co. 2° n. 4 c.p.c.,  non ha subito modifiche.
Tuttavia,  anche in questo caso,  si è trattata di una scelta frettolosa del legislatore posto che le due norme, ossia l’art. 543 e 548 cpc, sono intrinsecamente collegate.
Gli elementi di novità hanno determinato anche lo spostamento della competenza relativa al deposito in cancelleria dell’atto di pignoramento dall’U.N.E.P. all’avvocato richiedente.
In particolare,  l’art. 543 co. 4° c.p.c.  prescrive che sia il creditore  a procedere all’iscrizione a ruolo entro 30 gg. dalla consegna da parte dell’U.N.E.P. dell’atto di pignoramento con pedissequo verbale ,  a pena di inefficacia del pignoramento.
Trattasi di un termine acceleratorio di carattere perentorio che, essendo di natura processuale,  non riguardando materie per le quali è necessaria una solerte trattazione[5], soggiace alla disciplina della sospensione feriale  dal 1 al 31 agosto) in base al disposto della legge  7 ottobre 1969 n. 742.
Il creditore, e per esso l’avvocato, deve trasmettere per via telematica la nota di iscrizione a ruolo con copie conformi dell’atto di citazione, con annesso verbale, del titolo e del precetto, previa attestazione di conformità agli originali in suo possesso.
Qualora il pignoramento sia divenuto inefficace per mancata iscrizione a ruolo nel termine di 30 gg. il creditore, entro 5 gg. dalla scadenza del termine, dovrà dichiararlo al debitore e al terzo  mediante atto notificato ( Cfr. Art. 164 ter,  Disp. Att. cpc)
Necessita, a questo punto, qualche breve cenno alla riduzione dei termini di efficacia del pignoramento di cui all’art. 497 c.p.c. che,  per effetto dell’entrata in vigore della legge 132/2015,  sono sati ridotti a 45 gg.
Il dubbio che potrebbe sorgere è legato all’operatività o meno di tale norma anche al pignoramento presso terzi e, pertanto, alla configurabilità per il pignoramento presso terzi dell’inefficacia prevista dall’art. 497 c.p.c..
In sostanza ci si trova di fronte a due termini che incidono, o comunque inciderebbero, sull’efficacia del pignoramento e,   l’inosservanza dei quali,  ne travolgerebbe gli effetti.
Si è detto che l’art. 543 co. 4° c.p.c. ha introdotto un termine di efficacia del pignoramento , decorrente dalla data di consegna dell’atto al richiedente da parte dell’U.N.E.P., di 30 gg.  decorso il quale il pignoramento perde efficacia.
Tuttavia, si potrebbe sostenere  che lo stesso effetto possa derivare  dall’inosservanza del termine di 45 gg.  dal compimento del pignoramento.
A favore delle tesi che escludono l’ambito di operatività dell’art 497 c.p.c.  al pignoramento presso terzi depongono valide argomentazioni che fanno leva sulla considerazione che l’art. 543 c.p.c. contiene implicitamente l’istanza di assegnazione o di vendita, come può desumersi dal fatto che al creditore procedente non è fatto carico di compiere ulteriori attività prima della data fissata per la comparizione del debitore[6].
Diversamente, volendo ammettere che l’assegnazione debba essere formalizzata con apposito atto, il creditore procedente, in tanto potrebbe  formalizzare l’istanza di assegnazione,  in quanto abbia ottenuto la dichiarazione positiva del terzo, che potrebbe pervenire fino alla data dell’udienza fissata per l’assegnazione o, al più tardi, essere resa all’udienza appositamente fissata dal giudice ex art. 543, comma 2°,  n. 4,  c.p.c. e, quindi,  ben oltre il termine di 45 gg. previsto dalla norma.
Dunque, come osservato[7],  l’art. 497 c.p.c. non è una norma riferibile a tutte le forme di espropriazione bensì soltanto a quella mobiliare ed immobiliare.
Meritano qualche spunto di riflessione le modifiche apportate dal D.L. 83/2015 all’art. 545 c.p.c.  circa i limiti alla impignorabilità dei crediti ed in particolare delle somme “da chiunque dovute a titolo di pensione, di  indennità che tengono luogo di pensione o di altri assegni di  quiescenza”.
Il legislatore ha stabilito che dette somme non possono essere pignorate per un ammontare corrispondente alla  misura massima mensile dell’assegno sociale, aumentato della metà.
La parte eccedente tale ammontare  è  pignorabile  nei  limiti  previsti  dal terzo, quarto e quinto comma dell’art. 545 c.p.c.,  e salvo diversi limiti previsti dalle speciali  disposizioni  di legge.
Le somme dovute a titolo di stipendio, salario, altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento, nonché a titolo di pensione,  di  indennità che tengono luogo di pensione, o di assegni di quiescenza,  nel  caso di accredito su conto  bancario  o  postale  intestato  al  debitore, possono  essere  pignorate,  per  l’importo   eccedente il triplo dell’assegno sociale, quando l’accredito ha luogo in data anteriore al  pignoramento.
Quando  l’accredito  ha  luogo alla  data del pignoramento o successivamente,  le  predette  somme  possono essere pignorate nei limiti previsti dal terzo,  quarto,  quinto  e  settimo comma,  dell’art. 545 c.p.c., salvo i limiti previsti dalle speciali disposizioni di legge.
Il pignoramento eseguito sulle somme di cui al presente articolo in violazione dei divieti e oltre i limiti previsti dallo stesso e dalle speciali disposizioni di  legge  è  parzialmente  inefficace. L’inefficacia è rilevata dal giudice anche d’ufficio.

Nola, 15 settembre 2015

                                                           Dott. Francesco Miele
(*) Funzionario UNEP

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[1] – Per una approfondita disamina della posizione del terzo: “Il Pignoramento presso terzi: la posizione della banca quale terzo pignorato”, articolo del 26/10/2011, a cura di Francesco Miele,  pubblicato su www.iussit.com.

[2] – Articolo inserito dall’art. 19 lett. B del D.L. 12 settembre 2014, n. 132, conv.,  con modif., in L. 10 novembre 2014, n. 162

[3] – Art. 14 , comma 1bis , secondo periodo, DL 669/1996, conv. in L. 30/1997

[4] – Cass. 6 febbraio 2002, n. 1638, Cass. 6 agosto 2002, n. 11758

[5] – Corte cost., 02/02/1990, n. 49: “La sospensione dei termini processuali nel periodo feriale è connessa alla particolare difficoltà di ottenere l’assistenza di un difensore durante tale periodo, e dunque si impone ogni qual volta la possibilità di agire in giudizio costituisca per il titolare l’unico rimedio per far valere, a pena di decadenza, un suo diritto”.

[6] – In tal senso Satta, L’esecuzione forzata, 4^ ed. , Torino, 1962, 200; Castoro, Il processo di esecuzione nel suo aspetto pratico, 11  ed.,  219 e ss. ; Soldi, Manuale dell’esecuzione forzata, 4^ ed, 2014,  650; contra: Andrioli, Commento al codice di procedura civile, 3^ ed., Napoli, 1957.

[7] – Soldi, Manuale dell’esecuzione forzata, 4^ ed, 2014, 665.