Responsabilità del datore di lavoro ai tempi del Covid-19

Responsabilità del datore di lavoro ai tempi del Covid-19 – – –  Datore di lavoro – obbligo di tutelare l’integrità fisica dei dipendenti – misure di informazione, cautele e precauzioni sanitarie necessarie a garantire il diritto alla salute sul luogo di lavoro – obbligo di fornire i lavoratori dei necessari e idonei dispositivi di protezione individuale 

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RESPONSABILITA’ DEL DATORE DI LAVORO
AI TEMPI DEL COVID 19

di
Avv. Angelo Pignatelli

In questa disordinata pletora di messaggi mediatici forieri di confusione ed incertezze applicative, proviamo ad inquadrare giuridicamente gli obblighi a carico del datore di lavoro in tema di misure di prevenzione covid-19 e le eventuali responsabilità allo stesso ascrivibili in caso di mancata osservanza delle disposizioni normative.
Occorre, a tal proposito, confrontarsi con due assetti normativi:
– il primo, di ordine generale, rimanda all’art. 2087 c.c. in forza del quale il datore di lavoro ha l’obbligo di tutelare l’integrità fisica dei suoi dipendenti, adottando tutte le misure di informazione, le cautele e le precauzioni sanitarie necessarie a garantire il diritto alla salute sul luogo di lavoro;
– il secondo, di carattere specifico, in cui rientrano una serie di disposizioni previste dal D.Lgs. n. 81/2008 (T.U. Salute e Sicurezza sul lavoro) e, in particolare, l’art. 18, che pone a carico del datore di lavoro alcuni obblighi specifici tra cui quello di fornire i lavoratori dei necessari e idonei dispositivi di protezione individuale che rispetto ai canonici caschi e scarponi antifortunistici, ora sono guanti, mascherine, ambiente sanificato, postazioni distanziate, gestione degli spazi comuni, ed altro ancora.
Da segnalare, poi, sono le norme di recente introduzione, ovvero quella di cui all’articolo 42 comma 2 del Decreto Legge n. 18 del 17 marzo 2020 (“Decreto Cura Italia”), che ha previsto la copertura INAIL per gli assicurati che contraggono un’infezione da coronavirus “in occasione di lavoro”, nonché la circolare n. 13 del 3 aprile 2020, con cui l’Inail ha parificato le malattie infettive e parassitarie con i casi di infezione da covid-19.
Ne discendono, sotto il profilo della responsabilità penale, gravi conseguenze a carico del datore di lavoro che non dimostri di aver adottato le misure necessarie e idonee a prevenirne il rischio di contagio da Covid 19 nell’ambiente di lavoro: nello specifico, ove non abbia diligentemente osservato le misure antinfortunistiche da cui possa essere derivata una infezione-malattia del lavoratore, può rispondere del reato di lesioni personali gravi o gravissime ai sensi dell’art. 590 c.p. o addirittura di omicidio colposo ex art. 589 c.p. qualora al contagio sia seguita anche la morte del dipendente, aggravati dalla la violazione delle norme antinfortunistiche.
Le lesioni colpose e l’omicidio colposo, si badi, sono incluse anche nel novero delle figure di reato che possono dare luogo a responsabilità penale-amministrativa dell’ente ex D. L.vo 231/2001 con tutte le conseguenze di legge per l’ente stesso.
Accanto a queste due più gravi ipotesi delittuose, ve ne sono altre di natura contravvenzionale punite con l’ammenda e/o l’arresto che derivano dalla mera inosservanza degli obblighi previsti dal D.Lgs. n. 81/2008 , a prescindere dal verificarsi o meno di eventuali infortuni-contagi.
A queste si sommano quelle derivanti dall’articolo 2, comma 6, del DPCM 26 aprile 2020, che impone alle imprese, le cui attività non sono state sospese per Covid 19, di rispettare << i contenuti del protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus covid 19 negli ambienti di lavoro. Tra questi rilevano gli obblighi sulle informazioni da fornire ai dipendenti, sulle modalità e gestione degli ingressi e uscite dall’azienda, sull’accesso dei fornitori esterni, pulizia e sanificazione, sulle precauzioni igieniche personali e dispositivi di protezione individuale, sulla gestione degli spazi comuni e organizzazione aziendale, nonché sulla gestione di una persona sintomatica e sulla sorveglianza sanitaria>>.
Appare pleonastico aggiungere che le norme antinfortunistiche, sono dettate a tutela non solo dei lavoratori nell’esercizio della loro attività, ma anche dei terzi che vengono a trovarsi in azienda indipendentemente dall’esistenza di un rapporto di lavoro.
Risulta, altresì, conseguenziale che ove il datore di lavoro non sia in grado di garantire ai lavoratori un livello di sicurezza adeguato nel sito dove si svolge l’attività d’impresa è tenuto alla chiusura dell’azienda o alla sospensione delle attività non messe in sicurezza.
Fissati gli obblighi normativamente posti a carico del datore di lavoro, risulta però evidente come non sia certamente agevole per il dipendente dimostrare che il contagio da Covid 19 sia avvenuto nell’ambito dell’attività lavorativa, considerato che “il periodo di tempo che intercorre fra il contagio e lo sviluppo dei sintomi clinici varia fra 2 e 11 giorni, fino ad un massimo di 14 giorni”, senza contare che in alcuni soggetti i sintomi potrebbero addirittura non presentarsi del tutto. Questo ampio lasso temporale, entro il quale il contagio può manifestarsi, lascerebbe più che ragionevoli dubbi sul luogo, modalità e/o occasioni – diverse dal luogo di lavoro – in cui il dipendente potrebbe in astratto, aver contratto il virus. A titolo di esempio, non esaustivo, si pensi a tutti i luoghi che il dipendente avrebbe potuto frequentare nei giorni precedenti la manifestazioni della malattia: farmacia, supermercati, stretti congiunti, ed altri luoghi ancora non sottoposti a chiusura durante il lockdown nazionale.
Tanto pone a carico del dipendente, su cui grava l’onere della prova, di dimostrare che il contagio sia avvenuto solo ed esclusivamente sul luogo del lavoro: un’alea davvero intrisa di insormontabili difficoltà processuali e probatorie!
Ad oggi, una recente applicazione giurisprudenziale si rinviene nella decisione della Cour d’Appel de Versailles per la nota sospensione inflitta al colosso commerciale AMAZON.
Nello specifico, la Corte accertava che il datore di lavoro non aveva valutato tutti i rischi psico-sociali connessi alla pandemia, né aveva riorganizzato le modalità di lavoro con delle misure appropriate al fine di prevenire il contagio, e per l’effetto statuiva che la valutazione del rischio, adattata al contesto di una pandemia, avrebbe dovuto essere effettuata di concerto con i dipendenti, in particolare i membri di ogni rappresentanza sindacale presente negli stabilimenti, previa consultazione con le organizzazioni sindacali centrali (Cour d’appel de Versailles, 24-avril-2020).
Pertanto, prima di iniziare le attività produttive, è buona norma per il datore di lavoro procedere ad aggiornare – anche in assenza di un obbligo – il documento di valutazione dei rischi al cospetto di un rischio nuovo e sconosciuto qual è il Covid 19 – rispetto a quelli originariamente già previsti e contenuti nel DVR.
In questo modo, sarà più agevole per l’imprenditore dimostrare di avere adottato ogni cautela necessaria per impedire il verificarsi del danno-contagio ai danni del dipendente e/o di terzi che dovessero avere contatti con l’ambito lavorativo.

Maggio 2020

Avv. Angelo Pignatelli

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