Ricorso inammissibile se manca esposizione sommaria dei fatti

Cassazione, Sez. II Civile, sentenza 21297 del 20 ottobre 2016 – – Ricorso per cassazione – mancanza esposizione sommaria dei fatti di causa (da ricostruire mediante lettura di decine e decine di pagine di trascrizione di atti del giudizio di merito e di altri giudizi) – inammissibilità


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Cassazione, Sez. II Civile, sentenza 21297 del 20 ottobre 2016
Ricorso per cassazione – mancanza esposizione sommaria dei fatti di causa (da ricostruire mediante lettura di decine e decine di pagine di trascrizione di atti del giudizio di merito e di altri giudizi) – inammissibilità

 

Il principio di sinteticità degli atti processuali non è assistito da una specifica sanzione processuale, cosicché l’incontinenza espositiva – pur quando assuma caratteri di manifesta eccessività – non può determinare, di per se stessa, l’inammissibilità del ricorso per cassazione

La violazione del principio di sinteticità, tuttavia – se non determina di per se stessa l’inammissibilità del ricorso per cassazione, “espone al rischio” (come si legge nel § 4.c. della sentenza n. 17698/14) di una declaratoria d’inammissibilità dell’impugnazione. Detta violazione, infatti, rischia di pregiudicare la intelligibilità delle questioni sottoposte all’esame della Corte, rendendo oscura l’esposizione dei fatti di causa e confuse le censure mosse alla sentenza gravata e quindi, in definitiva, ridondando nella violazione delle prescrizioni, queste sì assistite da una sanzione testuale di inammissibilità, di cui ai nn. 3 e 4 dell’articolo 366 c.p.c.

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Testo:

(omissis)
Motivi della decisione
Il ricorso è inammissibile, perché non contiene – come prescritto a pena di inammissibilità dall’articolo 366, n. 3, c.p.c., – la esposizione sommaria dei fatti di causa.
La parte del ricorso intitolata “FATTO E SVOLGIMENTO DEL PROCESSO” (da pag. 10 a pag. 51) si risolve infatti nella trascrizione di stralci dell’atto di appello della XXX del 19 dicembre 2005, interpolata con l’integrale trascrizione di taluni documenti (cfr. pagg. 26 e 44) e seguita da una descrizione del processo di primo grado che si risolve in un mero rinvio ai motivi di ricorso (pag. 49, § 207) e da una descrizione del processo di secondo grado priva delle indicazioni necessarie per l’individuazione del devolutum, non venendo indicate né le statuizioni della sentenza di primo grado investite di impugnazione, né le censure proposte con l’appello. In sostanza, il ricorrente ha ritenuto di poter assolvere all’onere di poter offrire l’esposizione dei fatti della causa proponendo un testo circa 41 pagine di cui 40 contenenti la mera trascrizione di parti del proprio atto di appello.
D’altra parte, anche i motivi di ricorso – che si sviluppano per 191 pagine (facendo ascendere il numero delle pagine complessive dell’atto di impugnazione, compreso il sommario e l’indice, a 251) – risultano redatti con un’alluvionale riproposizione di stralci di atti processuali e documenti, con la quale in sostanza il ricorrente pretende di riversare in sede di legittimità il contenuto dei gradi di merito del presente giudizio, nonché di altri giudizi, civili e penali, tra le stesse parti.
Tale tecnica redazionale non è compatibile con i principi che definiscono le modalità di introduzione del giudizio di legittimità, elaborate dalla giurisprudenza di questa Corte sulla base del disposto dell’articolo 366 c.p.c.
E’ infatti consolidato orientamento di questa Corte che il requisito della sommaria esposizione dei fatti della causa non può ritenersi soddisfatto dalla trascrizione degli atti del giudizio di merito. Come evidenziato dalle Sezioni Unite, il requisito dell’art. 366, n. 3, c.p.c. è considerato dal legislatore come un’attività di narrazione del difensore, che, in ragione dell’espressa qualificazione della sua modalità espositiva come sommaria, postula una rappresentazione funzionale a riassumere sia la vicenda sostanziale dedotta in giudizio, sia lo svolgimento del processo (cfr. ord. N. 19255/10); cosicchè il ricorrente risulta onerato di operare una sintesi specificamente finalizzata alla piena comprensione e valutazione delle censure mosse alla sentenza impugnata (cfr. sent. N. 5698/12).
Tali principi risultano reiteratamente ribaditi dalle sezioni semplici della Corte (sentt. nn. 593/12, 17168/12, 19357/12, 10244/13, 17002/13, 26277/13, 784/14, 18363/15, 19218/15, 2846/16, 3385/16), nell’ambito di una giurisprudenza che – del tutto uniforme sull’affermazione che una esposizione dei fatti di causa che si risolva nella mera trascrizione degli atti del giudizio di merito non è idonea a soddisfare il requisito di cui all’articolo 366, n. 3, c.p.c. – si differenzia solo in relazione alla possibilità di ritenere comunque ammissibile il ricorso per cassazione ove l’esposizione dei fatti di causa emerga almeno dal contenuto dei motivi di ricorso; possibilità affermata nelle sentenze nn. 15478/14, 18363/15, 2846/16 e negata nelle sentenze nn. 22860/14, 11308/14, 3385/16.
Nella specie, peraltro, il tema della possibilità di trarre dai motivi di ricorso l’esposizione dei fatti di causa nemmeno si pone, giacché i motivi del ricorso in esame sono essi stessi redatti con modalità espositive che, come sopra accennato, si risolvono a propria volta nell’affastellamento di un profluvio di atti dei pregressi gradi del presente giudizio e di altri giudizi che rendono i medesimi inammissibili per la palese violazione dei principi di sinteticità e chiarezza del ricorso per cassazione; principi in relazione ai quali questa Corte ha già avuto modo di affermare, con la sentenza n. 17698/14, che il mancato rispetto del dovere processuale della chiarezza e della sinteticità espositiva espone il ricorrente per cassazione al rischio di una declaratoria d’inammissibilità dell’impugnazione, in quanto esso collide con l’obiettivo di attribuire maggiore rilevanza allo scopo del processo, tendente ad una decisione di merito, al duplice fine di assicurare un’effettiva tutela del diritto di difesa di cui all’art. 24 Cost., nell’ambito del rispetto dei principi del giusto processo di cui all’art. 111, comma secondo, Cost. e in coerenza con l’art. 6 CEDU, nonché di evitare di gravare sia lo Stato che le parti di oneri processuali superflui.
Il Collegio condivide il principio espresso nella sentenza n. 17698/14, con le seguenti precisazioni.
Va premesso che nel codice di procedura civile una espressa prescrizione di sinteticità è posta solo con riferimento agli atti del giudice (nei riferimenti alla “concisa” esposizione ed alla “succinta” motivazione contenuti negli articoli 132 e 134 c.p.c e 118 disp. att. c.p.c.), mentre per gli atti di parte (per le cui modalità redazionali le uniche prescrizioni espresse sono quelle dettate dall’articolo 46 disp. att. c.p.c., concernenti profili meramente estrinseci) opera il principio della libertà delle forme, fissato in via residuale dall’articolo 121 c.p.c.
Il principio di sinteticità degli atti processuali (tanto del giudice quanto delle parti) è stato tuttavia introdotto nell’ordinamento processuale con l’articolo 3, secondo comma, del codice del processo amministrativo, approvato con il decreto legislativo n. 104/110, alla cui stregua, “Il giudice e le parti redigono gli atti in maniera chiara e sintetica”. Tale disposizione esprime un principio generale del diritto processuale, destinato ad operare anche nel processo civile, in quanto funzionale a garantire, per un verso, il principio di ragionevole durata del processo, costituzionalizzato con la modifica dell’articolo 111 Cost., e, per altro verso, il principio di leale collaborazione tra le parti processuali e tra queste ed il giudice. La smodata sovrabbondanza espositiva degli atti di parte, infatti, non soltanto grava l’amministrazione della giustizia e le controparti processuali di oneri superflui, ma, lungi dall’illuminare i temi del decidere, avvolge gli stessi in una cortina che ne confonde i contorni e ne impedisce la chiara intelligenza, risolvendosi, in definitiva, in un impedimento al pieno e proficuo svolgimento del contraddittorio processuale (cfr. Cass. n. 11199/12, nella cui motivazione si legge che l’eccessiva ampiezza degli scritti difensivi, pur non ponendo un problema di formale violazione delle prescrizioni dettate dall’art. 366 c.p.c., “concorre ad allontanare l’obiettivo di un processo celere, che esige da parte di tutti atti sintetici, redatti con stile asciutto e sobrio”; nonché Cass. n. 9488/14, nella cui motivazione si fa espresso riferimento all'”inderogabile dovere di solidarietà che responsabilizza il giudice e le parti alla luce dei principi del giusto processo ispirato al canone della ragionevole durata”).
Il principio di sinteticità degli atti processuali non è tuttavia assistito da una specifica sanzione processuale, cosicché l’incontinenza espositiva – pur quando assuma, come nella specie, caratteri di manifesta eccessività – non può determinare, di per se stessa, l’inammissibilità del ricorso per cassazione.
Nel nostro ordinamento manca, infatti, una esplicita sanzione normativa della prolissità e oscurità degli atti di parte, sia in generale (mentre, per esempio, l’articolo 132 del codice di procedura civile svizzero recita: Atti viziati da carenze formali o da condotta processuale querulomane o altrimenti abusiva. 1 Carenze formali quali la mancata sottoscrizione dell’atto o la mancanza della procura vanno sanate entro il termine fissato dal giudice. Altrimenti, l’atto si considera non presentato. 2 Lo stesso vale per gli atti illeggibili, sconvenienti, incomprensibili o prolissi. 3 Gli atti scritti dovuti a condotta processuale querulomane o altrimenti abusiva sono rinviati al mittente senz’altra formalità.”), sia con specifico riferimento al ricorso per cassazione (mentre, per esempio, la Rule 33 of the Supreme Court of the United States indica il limite di parole e di pagine utilizzabile per ogni tipologia di atto processuale a tale Corte rivolto); così come manca la previsione di un potere della Corte di cassazione di fissare essa stessa i limiti dimensionali degli atti di parte nel giudizio di legittimità (potere previsto invece, per esempio, dal Regolamento di procedura della Corte di giustizia dell’Unione europea, il cui articolo 58 recita: “Lunghezza degli atti processuali. Salvo quanto disposto da norme specifiche del presente regolamento, la Corte, mediante decisione, può stabilire la lunghezza massima delle memorie o delle osservazioni depositate dinanzi ad essa. Tale decisione è pubblicata nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea“). Non può quindi ritenersi praticabile, in assenza di una previsione normativa espressa, la sanzione dalla inammissibilità per l’irragionevole estensione del ricorso per cassazione, dovendosi per contro ritenere che l’auspicabile obbiettivo di un processo (anche) di legittimità introdotto da atti chiari e sintetici, che deducano con immediatezza e nitore concettuale tutto quello che serve per decidere e solo quello che serve per decidere, non può esser raggiunto, a legislazione invariata, senza il volontario coinvolgimento dell’Avvocatura, perseguibile con tecniche di soft law e fondato sull’utilità che ciascun attore del processo può trarre dalla modifica delle proprie abitudini professionali (in tale prospettiva si muove, del resto, il protocollo Cassazione/CNF del 17 dicembre 2015, che, nell’indicare i limiti dimensionali degli atti defensionali davanti alla Suprema Corte, si preoccupa opportunamente di esplicitare, nella nota n. 2, che il loro superamento “non comporta l’inammissibilità o l’improcedibilità del ricorso (e degli altri atti difensivi or ora citati), salvo che ciò non sia espressamente previsto dalla legge”).
La violazione del principio di sinteticità, tuttavia – se non determina di per se stessa l’inammissibilità del ricorso per cassazione, “espone al rischio” (come si legge nel § 4.c. della citata sentenza n. 17698/14) di una declaratoria d’inammissibilità dell’impugnazione. Detta violazione, infatti, rischia di pregiudicare la intelligibilità delle questioni sottoposte all’esame della Corte, rendendo oscura l’esposizione dei fatti di causa e confuse le censure mosse alla sentenza gravata e quindi, in definitiva, ridondando nella violazione delle prescrizioni, queste sì assistite da una sanzione testuale di inammissibilità, di cui ai nn. 3 e 4 dell’articolo 366 c.p.c.
Ciò è quanto appunto si verifica nel caso in esame, nel quale i fatti di causa non vengono sommariamente esposti dal ricorrente, ma dovrebbero essere ricostruiti dalla Corte di cassazione mediante la lettura di decine e decine di pagine di trascrizione di atti del giudizio di merito e di altri giudizi.
Il ricorso va quindi, in definitiva, dichiarato inammissibile.
Le spese seguono la soccombenza.
P.Q.M.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso.
Condanna la ricorrente a rifondere ai controricorrenti le spese del giudizio di cassazione, che liquida in Euro (…)
–Depositato in Cancelleria il 20 ottobre 2016—

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