Riforma della Giustizia. Luci e ombre D.L. 132 12.09.14

La riforma delle Giustizia. Luci ed ombre del Decreto Legge n. 132 del 12.09.2014 (G.U. 12 settembre 2014).
– Positiva la facoltà della negoziazione assistita in materia di separazione e divorzi e l’estensione del procedimento sommario di cognizione
– Negativa la riforma della compensazione
– Grave la previsione di nuove e onerose spese introdotte nel pignoramento mobiliare e presso terzi che rischiano di penalizzare ulteriormente il creditore

 

 

 

 

La riforma delle Giustizia.
Luci ed ombre del Decreto Legge n. 132 del 12.09.2014
(G.U. 12 settembre 2014)

Positiva la facoltà della negoziazione assistita in materia di separazione e divorzi e l’estensione del procedimento sommario di cognizione.
Negativa la riforma della compensazione.
Grave la previsione di nuove e onerose spese introdotte nel pignoramento mobiliare e presso terzi che rischiano di penalizzare ulteriormente il creditore.

di

Felice Alberto D’Onofrio

L’ennesima riforma del codice di procedura civile (Decreto Legge n. 132/14) contiene alcuni spunti positivi (come la facoltà della negoziazione assistita in materia di separazione e divorzi e l’estensione del procedimento sommario di cognizione) ma anche alcune norme poco condivisibili in ordine alla compensazione e soprattutto in materia di esecuzione mobiliare, ove l’ introduzione di nuove e rilevanti spese rischia di mettere una pietra tombale sulla possibilità di recuperare il credito scoraggiando ulteriormente i già sfiduciati creditori.
Si spera in ulteriori interventi sui problemi strutturali della giustizia, come la carenza degli organici, la mancata informatizzazione di tutti gli uffici giudiziari la inadeguatezza dei locali, gli eccessivi costi a carico dei cittadini.
Resta, purtroppo, costante, come già ho evidenziato in un precedente articolo del 06-01-12 (pubblicato su iussit.it), l’intento, di utilizzare a fini di procedibilità, strumenti alternativi al contenzioso, che, tuttavia, non sono gratuiti ma comportano ulteriori oneri di carattere economico a carico delle parti e pertanto finiscono per costituire un ostacolo all’esercizio della giustizia.
In estrema sintesi, va evidenziato, che appare utile l’introduzione della possibilità della negoziazione assistita da un avvocato per le soluzioni consensuali di separazione personale, di cessazione degli effetti civili o di scioglimento del matrimonio, di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio (art. 6).
Tuttavia, l’efficacia deflattiva del predetto istituto è molto limitata (anche se giustificata dalla tutela degli interessi dei minori e dei figli non autosufficienti) dalla previsione del comma 1 (Le disposizioni di cui al presente articolo non si applicano in presenza di figli minori, di figli maggiorenni incapaci o portatori di handicap grave ovvero economico).
Condivisibile anche l’art. 14 il quale prevede che “nelle cause in cui il tribunale giudica in composizione monocratica, il giudice nell’udienza di trattazione, valutata la complessità della lite e dell’istruzione probatoria, può disporre, previo contraddittorio anche mediante trattazione scritta, con ordinanza non impugnabile, che si proceda a norma dell’articolo 702-ter e invita le parti ad indicare, a pena di decadenza, nella stessa udienza i mezzi di prova, ivi compresi i documenti, di cui intendono avvalersi e la relativa prova contraria. Se richiesto, può fissare una nuova udienza e termine perentorio non superiore a quindici giorni per l’indicazione dei mezzi di prova e produzioni documentali e termine perentorio di ulteriori dieci giorni per le sole indicazioni di prova contraria”.
L’estensione dell’applicazione del procedimento sommario di cognizione che si fonda sulla concentrazione e sulla semplificazione processuale, peraltro, auspicata nel mio precedente articolo (pubblicato su iussit.it), potrebbe comportare, la velocizzazione della definizione delle cause. La norma per avere effetti concreti, tuttavia, avrebbe dovuto essere generalizzata o quantomeno individuare le controversie in ragione della competenza per materia o valore e non lasciare la valutazione della possibilità del mutamento di rito alla discrezionalità del magistrato. È probabile che, nella pratica, l’istituto sarà poco utilizzato tenuto conto della notevole mole di cause pendenti sul ruolo dei singoli magistrati.
In ogni caso l’intervento sul codice di rito, di per sè, non è sufficiente a consentire la celerità dei giudizi.
Il nostro ordinamento, infatti, prevede già procedimenti estremamente concentrati in virtù dei quali il giudizio dovrebbe concludersi addirittura in una sola udienza (artt. 420 cpc – 702 bis, 320 cpc). L’art 81 att. cpc, comma 2 dispone che l’intervallo tra le udienze non debba superare i quindici ”salvo che per speciali circostanze…” , la fissazione di un calendario del processo… Eppure, nella maggioranza dei casi, i termini previsti dalle citate norme non vengono osservati e anche processi che in ragione del rito (ad esempio quelli di lavoro) dovrebbero essere decisi in una sola udienza o comunque in tempi rapidissimi (rinvii al massimo di 10 giorni, art. 420 comma 6 cpc) finiscono per protrarsi per anni a causa degli eccessivi carichi di ruolo che incombono sui magistrati.
La risoluzione dei problemi della giustizia non può prescindere da interventi indispensabili. Bene l‘aumento della competenza del giudice di pace (previsto nel disegno di legge), il processo telematico e le notifiche via pec, ma è necessario estendere l’informatizzazione a tutti gli uffici, dotare la macchina giudiziaria di personale sufficiente (magistrati, cancellieri, ufficiali giudiziari) in rapporto al numero dei procedimenti pendenti onde evitare la formazione di ruoli eccessivamente carichi di cause (come purtroppo sovente avviene), disporre le opportune verifiche in ordine alla produttività.
Non sortirà in materia di riduzione degli arretrati gli effetti previsti, la facoltà di trasferire i giudizi in corso alla sede arbitrale dei procedimenti pendenti dinanzi all’autorità giudiziaria (ar.t 1). Questa soluzione risente del solito vizio di fondo delle precedenti riforme con il legislatore che prevede ulteriori costi a carico delle parti. Ed è molto improbabile, anche alla luce della attuale congiuntura economica, che colui il quale ha già affrontato le spese per l’ introduzione del giudizio decida di sobbarcarsi anche quelle dell’arbitrato. Nè può fare miracoli la riduzione del periodo feriale, considerato che la previgente normativa non prevedeva la sospensione dei termini per il deposito delle sentenze e dei provvedimenti da parte dei magistrati, i quali erano tenuti, anche in assenza di udienze, a redigere gli atti. Un discorso a parte merita la negoziazione assistita obbligatoria (art. 2) la quale è un accordo mediante il quale le parti convengono di cooperare in buona fede e con lealtà per risolvere in via amichevole la controversia tramite l’assistenza di avvocati iscritti all’albo anche ai sensi dell’articolo 6 del decreto legislativo 2 febbraio 2001, n. 96. Ebbene l’istituto, in realtà, è la formalizzazione di una funzione conciliativa che gli avvocati svolgono da sempre. Rispetto alla media-conciliazione la procedura è più semplice e meno onerosa (basta inviare una raccomandata cui l’altra parte deve rispondere entro trenta giorni), tuttavia, ancora una volta desta perplessità la scelta del legislatore di configurarla come condizione di procedibilità (art. 3) per chi intende esercitare in giudizio un’azione relativa a una controversia in materia di risarcimento del danno da circolazione di veicoli e natanti, e dei casi previsti dal periodo precedente e dall’articolo 5, comma 1-bis, del decreto legislativo 4 marzo 2010 n. 28 e per chi intende proporre in giudizio una domanda di pagamento a qualsiasi titolo di somme non eccedenti cinquantamila euro. Nel primo caso il legislatore non ha tenuto conto degli obblighi già imposti al danneggiato dal dlgs. 209/05 ( artt. 145-148-149…..), della peculiarità della materia trattata nè si è preoccupato di coordinare le due diverse disposizioni, mentre nel secondo, non ha considerato che il termine di 30 giorni potrebbe agevolare il debitore che non ha alcuna intenzione conciliativa e mira soltanto a dilatare il più possibile i tempi del pagamento.
Non ritengo condivisibile l’art. 13 il quale ha modificato ancora una volta il regime della soccombenza prevedendo: “se vi è soccombenza reciproca ovvero nel caso di novità della questione trattata o mutamento della giurisprudenza, il giudice può compensare, parzialmente o per intero, le spese tra le parti.”
Ebbene la vecchia formulazione (art. 45 legge 69/09) peraltro, allo stato, ancora in vigore) al comma 2 prevedeva “se vi è soccombenza specifica o concorrono altre gravi e eccezionali ragioni esplicitamente indicate nella motivazione il giudice può compensare parzialmente o per intero le spese tra le parti” La suddetta norma evitava, dunque, ogni arbitrio da parte del giudicante che aveva l’obbligo di motivare la compensazione, doverosa in alcuni casi per evitare sbilanciamento a favore della parte soccombente con conseguente ingiustizia della sentenza. Ed allora appare incomprensibile il motivo di questa nuova modifica dell’ art. 92, comma 2, cpc a meno che non si voglia utilizzare come deterrente per evitare che il cittadino possa adire facilmente l’autorità giudiziaria. In realtà, considerando i costi e le lungaggini della giustizia è difficile che si agisca proponendo domande manifestamente infondate, le quali sarebbero in ogni caso già severamente sanzionate dall’applicazione dell’ art. 91 ed anche dell’ar.t 96 cpc, mentre non appare equo, penalizzare la parte soccombente con la condanna alle spese in fattispecie particolarmente controverse. Per quanto riguarda il contrasto del ritardo dei pagamenti (ar. 17), positiva la previsione di un saggio interessi pari a quello previsto dalla legislazione speciale relativa ai ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali, casi previsti dal comma 9-bis.
Appaiono significative anche le misure per l’efficienza e la semplificazione del processo esecutivo (art. 19 ) ove finalmente è previsto l’accesso del creditore alle banche dati del debitore anche se con una meccanismo farraginoso che richiede l’intervento del Presidente del Tribunale e dell’ ufficiale giudiziario; degne di nota anche le modificazioni apportate agli artt. 543 cpc, 547, 548 in tema di pignoramento presso terzi.
Finalmente il legislatore cerca di rendere effettive le statuizioni giudiziali consentendo al creditore di poter reperire i beni da sottoporre al pignoramento intervenendo sulla fase esecutiva.
Ma tale encomiabile intento è purtroppo stato accompagnato e compromesso da un ulteriore e gravoso aumento delle spese.
Invero il Dl prevede che all’articolo 122 decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, sono apportate le seguenti modificazioni, al quale dopo il primo comma, sono aggiunti i seguenti: “Quando si procede alle operazioni di pignoramento presso terzi a norma dell’articolo 492-bis del codice di procedura civile o di pignoramento mobiliare, gli ufficiali giudiziari sono retribuiti mediante un ulteriore compenso, che rientra tra le spese di esecuzione, stabilito dal giudice dell’esecuzione:a) in una percentuale del 5 per cento sul valore di assegnazione o sul ricavato della vendita dei beni mobili pignorati fino ad euro 10.000,00, in una percentuale del 2 per cento sul ricavato della vendita o sul valore di assegnazione dei beni mobili pignorati da euro 10.001,00 fino ad euro 25.000,00 e in una percentuale del 1 per cento sull’importo superiore;
b) in una percentuale del 6 per cento sul ricavato della vendita o sul valore di assegnazione dei beni e dei crediti pignorati ai sensi degli articoli 492-bis del codice di procedura civile fino ad euro 10.000,00, in una percentuale del 4 per cento sul ricavato della vendita o sul valore di assegnazione dei beni e dei crediti pignorati da euro 10.001,00 fino ad euro 25.000,00 ed in una percentuale del 3 per cento sull’importo superiore.
In caso di conversione del pignoramento ai sensi dell’articolo 495 del codice di procedura civile, il compenso è determinato secondo le percentuali di cui alla lettera a) ridotte della metà, sul valore dei beni o dei crediti pignorati o, se maggiore, sull’importo della somma versata.
In caso di estinzione o di chiusura anticipata del processo esecutivo il compenso è posto a carico del creditore procedente ed è liquidato dal giudice dell’esecuzione nella stessa percentuale di cui al comma precedente calcolata sul valore dei beni pignorati o, se maggiore, sul valore del credito per cui si procede.
In ogni caso il compenso dell’ufficiale giudiziario calcolato ai sensi dei commi secondo, terzo e quarto non può essere superiore ad un importo pari al 5 per cento del valore del credito per cui si procede.
Le somme complessivamente percepite a norma dei commi secondo, terzo, quarto e quinto sono attribuite dall’ufficiale giudiziario dirigente l’ufficio nella misura del sessanta per cento all’ufficiale o al funzionario che ha proceduto alle operazioni di pignoramento. La residua quota del quaranta per cento è distribuita dall’ufficiale giudiziario dirigente l’ufficio, in parti uguali, tra tutti gli altri ufficiali e funzionari preposti al servizio esecuzioni. Quando l’ufficiale o il funzionario che ha eseguito il pignoramento è diverso da colui che ha interrogato le banche dati previste dall’articolo 492-bis del codice di procedura civile e dal decreto di cui all’articolo 155-quater delle disposizioni per l’attuazione del codice di procedura civile, il compenso di cui al primo periodo del presente comma è attribuito nella misura del cinquanta per cento ciascuno”.
Dunque, la norma prevede l’introduzione di nuove e onerose spese nella procedura esecutiva dovute anche in caso di incapienza ed estinzione del pignoramento e poste a carico del creditore. Ne consegue che colui che affronta una procedura di pignoramento mobiliare o presso terzi non solo rischia di non recuperare il suo credito, essendo evidentemente aleatoria la presenza presso il terzo delle somme dovute (ipotizziamo il caso, purtroppo abbastanza frequente, del pignoramento presso un conto corrente nel quale non vi siano fondi sufficienti oppure il pignoramento di beni mobili che rimangono invenduti) ma, anzi, sarà tenuto a pagare, anche in caso di estinzione oltre alle spese di pignoramento, iscrizione a ruolo, la percentuale prevista dalla norma citata sulla somma richiesta dal 6 al 2% in favore dell’ ufficiale giudiziario. E dunque, ancora una volta, il creditore nel caso di pignoramento mobiliare e presso terzi incapiente rischia di subire oltre al danno anche la beffa. Il legislatore, a fronte di una procedura mobiliare già costosa ed inefficiente, invece, di intervenire sulla semplificazione e riduzione dei costi, come suggerito nel mio precedente articolo, (asporto dei beni a discrezione del creditore, abrogazione dell’ oneroso ed inutile obbligo di pubblicazione delle aste sui giornali, fissazione di una terza asta a qualsiasi prezzo) onde favorire il recupero del credito, purtroppo, ha agito in senso opposto ponendo ulteriori oneri a carico del malcapitato creditore. Eppure è noto che le difficoltà ed i costi del recupero del credito, impediscono i prestiti tra privati ed aziende, e costituiscono uno dei fattori della crisi economica e della mancanza di investimenti internazionali e della conseguente caduta del pil.
Per migliorare il servizio “Giustizia” lo Stato deve farsi carico della fondamentale funzione giurisdizionale costituzionalmente garantita dall’art. 111 Cost. ed in attuazione del predetto articolo deve favorire l’accesso alla giustizia semplificando e riducendo i costi. Speriamo che il legislatore ne tenga finalmente conto nella legge di conversione.

Felice Alberto D’Onofrio  (Avvocato)

 

 

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