Sezione: falso ideologico

Alterazione targa auto, delitto, falsità certificazione amministrativa

Cassazione, Sezione V, Sentenza 23 settembre 2014 – – –  Il falso avente ad oggetto la targa automobilistica integra il delitto dì falsità in certificazione amministrativa e non in atto pubblico

Docente che porta registro a casa rischia una condanna penale

[Cassazione, sentenza  n. 23237 del 4 giugno 2014]

Stato vegetativo cliente: procura, falso in atto pubblico

Falso in atto pubblico per il professionista con la procura di un cliente in stato vegetativo … [Cassazione, sentenza del 30 gennaio 2014]

Falsità: falsa attestazione nel corpo di una concessione edilizia

TRIBUNALE PENALE DI NOLA, sentenza del 15 dicembre 2011  – – – – Falsità: falsa attestazione nel corpo di una concessione edilizia

Falso ideologico, commesso da privato in atto pubblico

Sul FALSO IDEOLOGICO commesso dal privato in atto pubblico: Corte di Cassazione, sez. V penale – sentenza 3 novembre 2011, n.39610 [dichiarazione falsa resa ad un agente della polizia municipale – asserzione trasfusa nel relativo verbale – di essere in possesso della patente di guida e del certificato assicurativo relativo alla vettura (Vincenzo Rombo)

Falsa attestazione, istanza ammissione corso abilitazione, reato

[TRIBUNALE PENALE DI NAPOLI, SENTENZA DEL 20 GIUGNO 2011] – – – Delitto di falso, art. 483 c.p. – Falsa dichiarazione resa nell’istanza di ammissione a corso di abilitazione all’insegnamento circa il servizio di docenza prestato presso un istituto scolastico.

Esenzione ticket sanitario, falsa attestazione reddito familiare

TRIBUNALE PENALE DI NOLA, sentenza del 20 aprile 2010 – – –  Autocertificazione, falsa, “di esenzione dal pagamento del ticket sanitario” – Illecito amministrativo – Art. 316/ter c.p.

Condono edilizio, domanda, necessità dichiarazione ex dPR 445/00

Tribunale Penale di Nola, sentenza del 18 novembre 2009 – – – Condono edilizio, domanda, necessità dichiarazione ex dPR 445/00

Falso ideologico e truffa, timbratura cartellino presenze

Tribunale Penale di Nola, sentenza del 28 aprile 2008

Falso materiale e falso ideologico, no concorso – danni

Tribunale penale di Nola, sentenza del 29 gennaio 2008 – – –  Falso materiale e falso ideologico, no concorso – danni 

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Falso materiale – Falso ideologico

NON SUSSISTE IL CONCORSO TRA FALSO MATERIALE E

FALSO IDEOLOGICO LADDOVE L’IMMUTAZIONE

CADE SUL CONTENUTO IDEALE DELL’ATTO

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[Tribunale di Nola, Penale, G.U.P. Dr.ssa Tamara De Amicis, sentenza del 29.01.08]

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(massima a cura dell’ Avv. Angelo Pignatelli)

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FALSO IDEOLOGICO

Esclusione del concorso tra le fattispecie di falso materiale e falso ideologico – sussistenza della sola falsità ideologica laddove l’immutazione cade sul contenuto ideale dell’atto, nel senso che questo, pur provenendo dall’autore apparente, non è veridico rispetto al suo contenuto – sussistenza del reato di cui all’art. 490 cp, nel caso di soppressione e/o sostituzione di delibera con altra recante la medesima data ed il medesimo numero di protocollo.

Richiesta di risarcimento di danni

da parte di soggetto denunciante costituito parte civile per il reato di falso: esclusione del diritto essendo l’elemento del danno strutturalmente estraneo ai reati di falso, trattandosi di delitti contro la fede pubblica che offendono direttamente e specificamente l’interesse pubblico, costituito dalla tutela della genuinità materiale e della veridicità ideologica di certi documenti e, soltanto di riflesso, possono ledere l’interesse del singolo – necessità di accertare se il falso abbia leso un bene-interesse dei soggetti che assumono di essere stati danneggiati dal reato.

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[Tribunale di nola, Penale, G.U.P., Dr.ssa Tamara De Amicis, sentenza del 29.01.08]

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TRIBUNALE DI NOLA

(…)

Il presente processo ha avuto origine da una denuncia presentata dal dott. Tizio, già dirigente amministrativo della ASL Napoli xxx, avente ad oggetto una serie di irregolarità degli atti amministrativi assunti dagli organi dell’Ente, nonché di comportamenti contra legem integranti – secondo il denunciante – specifiche fattispecie di reato, in quanto connessi, in vario modo, all’assunzione di interessi di natura particolare e privata, in contrasto con le finalità della pubblica funzione.

I reiterati contasti del Tizio con altri funzionari dell’Ente, unitamente a presunte interferenze di natura politica, avrebbero condotto, secondo il denunciante, alla sua rimozione dalla carica di direttore amministrativo della ASL Napoli xxx.

Prescindendo in questa sede dalla ragioni “a monte” del contrasto tra il Tizio e gli altri dirigenti amministrativi, ci si soffermerà sull’atto formale con il quale è stata disposta, in data 5.11.2001, la revoca del suo incarico di direttore amministrativo.

Secondo il denunciante, la delibera di revoca emessa nella data sopra indicata sarebbe stata, il giorno successivo, soppressa e sostituita con altra recante la medesima data ed il medesimo numero di protocollo.

Di tale illecita attività l’interessato venne a conoscenza grazie alle rivelazioni di un altro funzionario della ASL, il dottor Caio, il quale, recuperata anche una copia della delibera soppressa, gliela fece recapitare a casa, in busta sigillata, unitamente a quella redatta il giorno successivo – di contenuto parzialmente diverso – che gli venne ritualmente notificata quale destinatario dell’atto.

La differenza sostanziale tra le due delibere attiene alla parte motivazionale dell’atto. Nella prima di esse (entrambe acquisite al fascicolo del pubblico ministero), infatti, non sono esplicitate le ragioni di interesse pubblico che determinarono la revoca dell’incarico al dottor Tizio. Viceversa, nella seconda si fa dettagliato riferimento al parere espresso dall’Avvocatura regionale in ordine alla carenza, in capo al Tizio, dei requisiti soggettivi prescritti dalla legge per la nomina alla direzione di un ente del settore sanitario, nonché all’interesse pubblico concreto sotteso all’adozione dell’atto di revoca della nomina.

Le suddette circostanze di fatto sono state puntualmente confermate dai testi Caio, Sempronio e Mevio.

Il dottor Caio (SIT rese alla Guardia di Finanza su delega del p.m.) ha riferito che all’epoca aveva le funzioni di Capo del Servizio Personale della ASL Napoli zzz apprese che il direttore amministrativo era stato rimosso dal suo incarico perché l’amministrazione aveva ritenuto di doversi adeguare ad un parere reso al riguardo dall’Avvocatura Regionale, che evidenziava, nel dottor Tizio, la carenza dei requisiti di legge per ricoprire le funzioni assegnategli circa dieci mesi prima.

Il Caio è stato poi sentito dal pubblico ministero (SIT del 27.1.2004) con specifico riferimento all’episodio oggetto della presente imputazione. Ha riferito che la delibera del 5.11.2001, avente ad oggetto la rimozione del dottor Caio, fu trasmessa dall’ufficio di segretaria verbalizzante, all’epoca diretto dalla dottoressa G., alla sua segreteria, al fine di poter dare corso a tutti gli adempimenti consequenziali all’adozione del provvedimento, tenuto conto del fatto che egli all’epoca svolgeva le funzioni di capo servizio del personale della ASL. Di regola, la trasmissione degli atti era accompagnata da un apposito foglio di trasmissione, sottoscritto dalla dottoressa G.. Nell’occasione, l’addetta alla ricezione P. provvide a trasmettere la delibera al Caio stesso, senza peraltro che tale ulteriore passaggio – interno all’ufficio personale – necessitasse di una apposita annotazione di protocollo. Ricevuta la delibera, il Caio ne fece una copia, che provvide ad inserire nella raccolta degli atti provenienti dalla direzione amministrativa, esistente nel suo ufficio; avrebbe poi dovuto trasmettere l’altra copia all’ufficio trattamento economico per gli adempimenti del caso. Lo stesso giorno 5, uscendo dall’ufficio al termine dell’orario di lavoro, egli notò che la delibera da lui ricevuta quella mattina era stata affissa all’albo pretorio dell’azienda. Ha aggiunto che la detta pubblicazione avvenne – come di consueto – inserendo l’atto all’interno di una bacheca collocata al piano terra della sede legale della ASL. L’inserimento nella bacheca era di solito materialmente curato da un commesso, mentre le chiavi della bacheca erano nella disponibilità della dottoressa G.; il teste non ha saputo aggiungere, peraltro, se anche altri soggetti avessero la disponibilità delle chiavi.

Quanto alla tipologia di delibera, il teste ha precisato che si trattava di un atto immediatamente esecutivo.

In merito allo svolgimento dell’episodio oggetto di processo, il Caio ha poi aggiunto che nella mattina del 6.11.2001 si presentò presso il suo ufficio la dottoressa G., la quale gli chiese di consegnarle la delibera in questione, su incarico del direttore generale C., adducendo a giustificazione di tale richiesta la necessità di eliminare un errore materiale; nella circostanza la donna gli domandò altresì se avesse fatto delle copie dell’atto in questione, ed egli rispose negativamente. Quindi il Caio consegnò alla G. soltanto una delle due copie in suo possesso (quella che avrebbe dovuto trasmettere all’ufficio trattamento economico) e la donna gli consegnò la nuova copia della delibera, depurata dell’asserito errore materiale: anche questa copia recava la data del 5.11.2001 ed il medesimo numero di protocollo: XXXX, numero collocato in alto a destra del foglio e corrispondente al numero di protocollo generale dell’ufficio segreteria verbalizzante, annotato su un registro esistente presso quell’ufficio, la cui tenuta era affidata alla dottoressa G..

Al momento in cui la “nuova” delibera fu inviata per la notifica al dottor Tizio, il Caio pose in busta chiusa anche una copia della prima, precisamente quella che egli aveva inizialmente inserito nella raccolta degli atti provenienti dalla direzione amministrativa esistente presso il suo ufficio. La inviò quindi, in modo riservato, al Tizio tramite il Signor Sempronio, incaricato altresì di notificare il secondo atto.

Le indicate circostanze di fatto sono state ribadite dal Caio anche nelle informazioni testimoniali rese al pubblico ministero in data 3.6.2004, quando sono state esibite al teste le copie delle due delibere: quella contrassegnata dal p.m. con il numero 1, corrispondente alla “prima”; quella contrassegnata con il numero 2, corrispondente alla “seconda” delibera, ovvero l’atto consegnatogli personalmente il giorno 6.11.2001 dalla dottoressa G., senza nota di trasmissione, per le motivazioni relative alla necessità di correzione di errore materiale cui si è fatto sopra riferimento. Viceversa, la “prima” delibera, ovvero quella effettivamente inviatagli il 5.11.2001, era accompagnata da una nota di trasmissione che egli sottoscrisse “per ricevuta”, e che dovrebbe essere stata poi collocata tra gli atti dell’ufficio segreteria verbalizzante.

Convocato nuovamente dal pubblico ministero in data 18.6.2004, il Caio ha riconosciuto la propria sottoscrizione “per ricevuta” sulla nota di trasmissione della delibera consegnatagli il 5.11.2001. Ha aggiunto che il recapito dell’atto di cui si tratta avvenne nella tarda mattinata del 5.11.2001 e, d’altra parte, non avrebbe potuto essere diversamente in quanto si trattava di una delibera immediatamente esecutiva, i cui adempimenti consequenziali dovevano essere effettuati immediatamente.

In data 20.4.2004 il pubblico ministero procedeva all’assunzione di informazioni testimoniali da G.; durante il compimento dell’atto, veniva data lettura delle dichiarazioni accusatorie rese dal Caio nei confronti della G., sicchè il verbale veniva sospeso ai sensi dell’art. 63 c.p.p., con avviso alla dichiarante della possibilità di procedere nei suoi confronti per il reato di cui agli artt. 490, 476, 479 c.p.

In data 23.4.2004 l’indagato C. rendeva l’interrogatorio – delegato dal p.m. – negando decisamente ogni addebito nel senso ricostruito dal Caio. Premesso di non poter esprimere valutazioni circa la delibera “n. 1”, in quanto esibitagli in copia, e riconoscendovi tuttavia la propria sottoscrizione, affermava di aver effettivamente redatto due delibere finalizzate alla revoca dall’incarico del direttore amministrativo, evidenziando tuttavia che soltanto la seconda era effettivamente espressiva della propria volontà di direttore generale. La sottoscrizione delle due delibere da parte sua avvenne nella stessa giornata, nell’arco di poche ore, e fu determinata dalla volontà di integrare la prima deliberazione – evidentemente ritenuta insufficiente sotto il profilo della motivazione – riportando per intero il parere reso sull’oggetto dall’Avvocatura regionale, che nella prima stesura era indicato soltanto per relationem. Mandò entrambe le delibere, in ordine temporale, alla segreteria verbalizzante, che ne avrebbe dovuto curare la pubblicazione, “precisando che la volontà finale del Direttore Generale era quella dell’ultima delibera così come integrata”. Ha escluso di conoscere quali furono, in concreto, gli adempimenti della segreteria verbalizzante, ed in particolare se, al momento in cui fu inviata la seconda delibera (con la precisazione, da parte sua, che si trattava di quella definitiva), si fosse già provveduto alla pubblicazione della prima; sicchè, in caso positivo, al secondo atto avrebbe dovuto essere fornita una numerazione progressiva. Ha quindi negato in modo deciso di aver dato incarico alla dottoressa G. affinché ritirasse dall’albo pretorio e dall’ufficio del personale, diretto dal dottor Caio, la prima delibera, al fine di distruggerla e sostituirla con la seconda. Ha aggiunto di essere sorpreso del fatto che tale atto fosse in possesso del dottor Caio, in quanto avrebbe dovuto essere trasmesso unicamente al Collegio sindacale, all’assessorato alla sanità ed al direttore sanitario; infine, ha chiesto di verificare se esistesse la lettera di trasmissione – registrata al protocollo – che, necessariamente, avrebbe dovuto accompagnare l’invio dell’atto all’ufficio del personale.

Le dichiarazioni del Caio sono state confermate, quanto all’episodio concernente la conoscenza dell’occultamento della prima delibera da parte del C., dai testi I. e Sempronio.

I., all’epoca collaboratore della segreteria del direttore amministrativo con qualifica di assistente, ha riferito che nella mattinata del 6.11.2001 il dottor Ca., allora capo di Gabinetto del direttore generale, lo incaricò di recarsi, unitamente al Sempronio, presso l’abitazione del Tizio al fine di procedere alla notifica dell’atto di revoca dell’incarico. Uscendo dagli uffici della segreteria incontrò il dottor Caio, il quale consegnò ai due una busta chiusa, con preghiera di consegnarla al Tizio. Giunti a casa di quest’ultimo, i due incaricati gli notificarono la delibera di revoca dell’incarico, consegnandogli altresì il plico chiuso inviatagli dal Caio, della quale né I. né Sempronio conoscevano il contenuto. Il dottor Tizio aprì la busta alla loro presenza, facendo notare che vi era contenuta una delibera avente lo stesso oggetto, recante la stessa data e lo stesso numero, ma parzialmente diversa nel contenuto.

Le stesse circostanze di fatto sono state confermate dal teste Sempronio.

La coimputata G., in sede di interrogatorio al pubblico ministero (reso in data 8.10.2004), ha invece negato la stessa esistenza di una duplicazione di atti aventi il medesimo oggetto, sostenendo di aver proceduto all’affissione all’albo pretorio della sola “seconda” delibera (ovvero quella che si assume oggetto di falso, contraddistinta dal pubblico ministero con il numero 2). Esibitagli la “prima” delibera, l’imputata ha preso atto dell’esistenza del documento, affermando – in termini di mera supposizione – che poteva essersi verificato il caso di una doppia stesura di un atto avente il medesimo oggetto, precisando tuttavia che soltanto il secondo di essi fu, a sua cura, affisso all’Albo pretorio e trasmesso agli organi destinatari in esso indicati (Regione, collegio sindacale, direttore sanitario). Di conseguenza, ha sostenuto di non essere in grado di dare (e di darsi) una spiegazione circa il fatto che una copia della prima delibera potesse essere finita nelle mani del dottor Caio, allora responsabile dell’ufficio personale. Ha quindi riconosciuto la propria grafia e la propria sottoscrizione nella nota di trasmissione della delibera n. XXXX al direttore generale ed al controllo interno. Ha escluso di essersi recata dal dottor Caio per ritirare la prima stesura del provvedimento, precisando di non aver mai curato personalmente la materiale consegna o il ritiro di atti in quanto a tali incombenze provvedevano i commessi. Infine, ricevuta lettura delle dichiarazioni rese dal C. in merito alla avvenuta redazione, nella stessa giornata, di due delibere, la seconda delle quali ad integrazione della prima, ed alla avvenuta trasmissione di entrambe alla segreteria verbalizzante, con la precisazione che soltanto la seconda doveva intendersi come stesura definitiva, ha osservato che, ove i fatti si fossero svolti come narrato dal C. “la seconda delibera avrebbe dovuto contenere l’espressa indicazione del suo carattere di integrazione o di rettifica della precedente”.

Altri informatori sono stati sentiti in sede di indagini difensive.

Co., all’epoca capo di gabinetto del direttore generale C., ha riferito che la delibera de qua fu oggetto di ampia discussione in merito alla motivazione ed alla legittimità, e fu in tal senso confortata dal parere dell’Avvocatura regionale. Ha riconosciuto la delibera mostratagli dal difensore (nel verbale non si attesta se gli sia stata mostrata la “prima” o la “seconda” delibera, ma si ritiene – logicamente – trattarsi della “seconda”), precisando di ricordare che di tale atto fu redatta una prima stesura, trasmessa alla segreteria verbalizzante per il prosieguo delle incombenze; contemporaneamente, il direttore generale ne lesse telefonicamente il contenuto ad un proprio consulente giuridico e questi gli suggerì di integrarne la motivazione, riportandovi integralmente il parere dell’Avvocatura regionale. Si provvide quindi a riscrivere il testo dell’atto, peraltro in brevissimo tempo in quanto fu sufficiente integrare quello precedente, memorizzato nel computer, e la delibera così integrata fu inviata alla segreteria verbalizzante per gli ulteriori adempimenti. Il teste ha precisato di ricordare bene i due passaggi in quanto fu proprio il suo ufficio a redigere, pressoché contestualmente, le due stesure dell’atto; lo specifico affidamento a lui di tale incarico era determinato dalla particolarità dell’oggetto del provvedimento. Avvenuta la pubblicazione della delibera nell’albo pretorio, la mattina successiva, appena arrivato in ufficio, quindi verosimilmente non oltre le ore 10:00, diede incarico ai dipendenti Mevio e Sempronio di curarne la notifica al direttore amministrativo presso la sua abitazione.

P . che all’epoca svolgeva funzioni di coadiutore amministrativo presso la direzione sanitaria della ASL, ha riconosciuto il foglio di trasmissione (mostratole in copia dal difensore), con la propria sottoscrizione, attestante l’avvenuta ricezione, da parte sua, della delibera n. XXXX del 5.11.2001. Ha riconosciuto altresì la delibera de qua, corrispondente a quella che attualmente si trova nell’archivio della segreteria della direzione sanitaria dove lei stessa provvide a depositarla dopo averla ricevuta dalla segreteria verbalizzante. Trattandosi di delibera immediatamente esecutiva, ha affermato di ritenere che le fosse stata consegnata lo stesso giorno dell’adozione; infatti, in casi del genere la prassi è quella di provvedere, in brevissima successione temporale, alla pubblicazione ed alla consegna delle copie degli atti agli uffici cui sono destinati. Infine, ha precisato che la delibera mostratale, che contiene il parere dell’Avvocatura regionale, è l’unica che le fu consegnata dalla segreteria verbalizzante; non ricevette mai, né prima né dopo, altre versioni della stessa.

S., all’epoca funzionario dell’ufficio denominato “protocollo interno”, ha riferito che, in linea generale, a partire dal 1995, su disposizione dell’ex direttore generale, ogni atto deliberativo adottato dall’Azienda veniva trasmesso al servizio di controllo interno per la contabilità analitica e la verifica della spesa. Ha riconosciuto il foglio di trasmissione (esibitogli in copia dal difensore), con la propria sottoscrizione, che attestava l’avvenuta ricezione, da parte sua, della delibera n. XXXX del 5.11.01. Ha quindi precisato di avere, nonostante il tempo trascorso, un ricordo abbastanza preciso della delibera in questione in ragione della peculiarità dell’oggetto; infatti, a differenza di quanto faceva con altri provvedimenti meno importanti, egli ne lesse il contenuto prima di acquisirlo agli atti; poiché il provvedimento non necessitava di ulteriori adempimenti, fu subito archiviato. Ha quindi precisato che la delibera in questione, formalmente, non era neppure destinata al servizio controllo in quanto non necessitava di adempimenti da parte sua; gli fu tuttavia ugualmente trasmessa in ossequio alla vecchia disposizione di servizio del direttore generale. Infine, ha affermato che l’atto mostratogli in copia dal difensore, contenente il parere dell’Avvocatura regionale, è l’unico che gli fu consegnato dalla segreteria verbalizzante, nello stesso giorno in cui fu emesso.

R., all’epoca con mansioni di commesso presso l’ufficio della segretaria verbalizzante diretto dalla dottoressa G., ha riferito di non ricordare se provvide personalmente ad affiggere all’albo pretorio la delibera di revoca dell’incarico al direttore amministrativo. Ha precisato che la bacheca ove vengono esposti i provvedimenti è sempre chiusa a chiave, e le chiavi vengono riposte in un armadietto dell’ufficio della segreteria verbalizzante, normalmente accessibile soltanto al personale di quell’ufficio. Quanto alle modalità di pubblicazione, ha affermato che non viene affisso in bacheca l’originale degli atti, ma la fotocopia del solo frontespizio, dalla quale si evince la data, il numero e l’oggetto.

***

Così ricostruito lo svolgimento del fatto secondo le dichiarazioni dei testimoni, dell’imputato e della coimputata, appare preliminarmente necessario formulare alcune valutazioni circa l’attendibilità degli informatori, ed in particolare del Caio, rispetto al quale la difesa ha evidenziato ragioni di interesse personale che potrebbero inficiarne la credibilità.

Viceversa, non sussiste analoga problematica per i testi Mevio e Sempronio, la cui funzione fu limitata alla consegna materiale dell’atto da notificare, oltre alla busta chiusa, ed alla mera osservazione della reazione del Tizio al momento in cui venne a conoscenza del contenuto del plico inviatogli dal Caio.

Quanto ai testi della difesa, appare opportuno sottolineare come nessuna delle parti abbia dubitato della loro attendibilità, e pure questo giudicante non ritiene che gli stessi abbiano riferito fatti difformi dal vero, salvo quanto si dirà in merito alla data di trasmissione della delibera in questione ed alla conferenza delle varie dichiarazioni rispetto all’oggetto del processo.

Il Caio, effettivamente, è stato protagonista di una controversia giudiziaria con la ASL, documentata dagli atti prodotti dal difensore; si tratta di un’impugnativa relativa ad un atto di trasferimento definito dal ricorrente come illegittimo in quanto, tra l’altro, avrebbe “mascherato” una forma di retrocessione nelle mansioni espletate.

Occorre peraltro sottolineare che lo stesso teste non ha fatto mistero del negativo rapporto con il C., nonché delle difficoltà incontrate nello svolgimento del proprio lavoro successivamente alla revoca dell’incarico al Tizio, del quale egli era un fidato collaboratore. Ed infatti, in data 26.11.2003, il Caio si portava presso la Guardia di Finanza per rendere spontanee dichiarazioni in ordine ad una serie di vicende che avevano interessato l’Ente, in merito alle quali aveva fatto espressa riserva di riferire e di produrre documentazione allorché – in data 17.10.2003 – era stato sentito per la prima volta su delega del pubblico ministero procedente. In sintesi, riferiva che, successivamente alla revoca dell’incarico al dottor Tizio, il C. aveva palesato l’intenzione di assegnare a diverse mansioni tutti i più fidati collaboratori dell’ex direttore amministrativo, talvolta facendo in modo che costoro prestassero il proprio assenso alla modifica delle proprie funzioni (… di far capire agli stessi l’opportunità di “cambiare aria”). Così dichiara il Caio: “la sede dell’ASL incominciò ad essere frequentata da personaggi estranei all’Azienda ma vicini al mondo politico locale che, con il loro seguito di amici e simpatizzanti, venivano puntualmente ricevuti dal Direttore generale. … omissis …. Dei miei rapporti, per niente cordiali, con l’ing. C., era a conoscenza tutta l’Azienda perché era risaputa l’intenzione del direttore generale di voler allontanare i collaboratori più fidati del dott. Tizio per evitare che pervenissero informazioni all’ex direttore amministrativo sul cambiamento di rotta della gestione aziendale. Mi limiterò a segnalare alcuni episodi significativi della conflittualità esistente tra me e l’ing. C. che determinò la mia rimozione quale capo servizio personale avvenuta con provvedimento datato 18 aprile 2002 e, precisamente, il giorno successivo alla prima sentenza favorevole al dott. Tizio che, peraltro, avevo salutato con evidente entusiasmo … omissis.”.

Se, dunque, non è mai stato celato il contrasto esistente tra il Caio ed il C. e, viceversa, il rapporto di stima tra il primo ed il Tizio, ciò non significa, tuttavia, che le dichiarazioni del Caio siano inattendibili.

Per due ragioni.

In primo luogo, se non vi fosse stato un rapporto di diffidenza del Caio nei confronti del C., il primo non avrebbe ritenuto necessario adottare quella forma di “cautela” consistita nel trattenere la copia della prima delibera consegnatagli, peraltro mentendo alla G. che, nel chiedergli la riconsegna dell’atto per la necessità di apportarvi una correzione, gli domandò altresì se egli ne avesse fatto ulteriori copie, così implicitamente manifestando la volontà di sopprimere l’atto e destando conseguentemente il sospetto del Caio. Per lo stesso motivo, pur non essendo precisamente a conoscenza di quanto avevano fatto il C. e la G. (in quanto egli non era ancora venuto a conoscenza della “seconda” delibera, che fu inviata immediatamente per la notifica), egli avvertì subito l’esigenza di mettere al corrente il Tizio circa il fatto che si era verificato qualche cosa di anomalo, inviandogli anche la copia del “primo” atto, e lasciando a quest’ultimo di verificare l’esistenza di probabili irregolarità.

La seconda ragione di attendibilità del Caio è poi rappresentata dal fatto che le sue dichiarazioni sono riscontrate oggettivamente dall’esistenza dalla copia del documento (la “prima” delibera) il cui originale fu poi soppresso.

E non può dubitarsi che la “prima” delibera sia stata fatta recapitare al Tizio contestualmente alla seconda, perché in tal senso sono le concordi e disinteressate dichiarazioni del Mevio e Sempronio.

Rinviando a quanto si dirà in tema di configurabilità della fattispecie di reato, si evidenzia in questa sede che lo stesso C. ha riconosciuto di aver adottato due distinti atti per la medesima finalità, evidenziando poi che soltanto il secondo avrebbe dovuto essere inteso come realmente espressivo della sua volontà di direttore generale.

Occorre dunque analizzare se la “prima” delibera sia stata – come sembra dedurre il C. – una semplice minuta dell’atto, ovvero se la stessa sia stata perfezionata mediante la pubblicazione e, successivamente, sostituita da altra avente identico oggetto.

Ritiene questo giudicante che si debba accedere alla seconda delle prospettazioni formulate.

Ed infatti, se la prima delibera fosse stata una semplice bozza, non sarebbe stato necessario inviarla all’ufficio segretaria verbalizzante e, a maggior ragione, apporvi il numero di protocollo e la data di affissione all’Albo.

Il fatto che la seconda delibera sia ideologicamente falsa – quanto alla data ed al numero di protocollo – e che fosse perciò destinata a sostituire la prima, oggetto di soppressione, è d’altra parte chiaramente desumibile dall’insanabile contrasto esistente tra le dichiarazioni del C. e quelle della G.: contrasto che, per quanto si vedrà, comprova l’attendibilità delle affermazioni del Caio.

Per il C., che non ha proceduto materialmente alla soppressione dell’atto genuino e alla redazione dell’atto falso, a fronte di un’evidenza probatoria incontrovertibile (costituita dalla esibizione all’indagato di entrambe le delibere), è stato “semplice” ammettere di aver redatto due successive “versioni” del documento, la seconda meglio motivata della prima, e di essersi limitato a trasmettere gli atti alla segreteria, con l’avvertenza che soltanto la seconda delibera doveva essere considerata come realmente espressiva della volontà dell’ente. Con la conseguenza – “traducendo” gli ordini del C. secondo la sua intenzione, ben esplicitata nell’interrogatorio – che la segreteria verbalizzante si sarebbe trovata di fronte ad una duplice possibilità: pubblicare soltanto la seconda delibera, ove la prima non fosse stata ancora pubblicata, e non avesse perciò ancora acquisito la veste di atto pubblico; ovvero, in caso contrario, assegnare alla seconda delibera un successivo numero di protocollo, eventualmente evidenziando che si trattava di atto integrativo o sostitutivo di quello precedente.

Questa spiegazione, se non fosse confliggente con quella resa dalla G. e non contrastasse con le altre emergenze probatorie, avrebbe consentito al C. di porsi al riparo dalla responsabilità penale, quanto meno – come dedotto dalla difesa nel corso della discussione – sotto il profilo della prova dell’elemento soggettivo del concorso nel reato.

Ma così non è.

In primo luogo perché il C. è sconfessato sul punto dalla G.. la quale, come autore materiale dei reati, si è difesa negando anche l’evidenza, sostenendo di non essere in grado di spiegarsi per quale motivo esistano due delibere aventi il medesimo oggetto, e concludendo con l’affermare che, comunque, unica oggetto di pubblicazione fu la seconda.

In secondo luogo perché, se la vicenda della revoca dell’incarico al Tizio non fosse stata gestita nel modo indicato, il Caio non avrebbe nutrito alcun sospetto circa le azioni del direttore generale e dei suoi collaboratori, e non si sarebbe determinato a fotocopiare l’atto, sospettando che si stesse ponendo in essere un’attività quanto meno poco chiara. Proprio per questo motivo il teste appare credibile quando afferma che la G. andò a chiedergli la restituzione del primo provvedimento, altresì cercando rassicurazione circa l’inesistenza di copie in circolazione; perché il suo sospetto, estrinsecatosi in una consequenziale azione cautelativa consistita nel fotocopiare l’atto, ha trovato sostanziale riscontro nelle stesse dichiarazioni del C. circa l’esistenza dei due atti analoghi.

Quanto poi alla compartecipazione soggettiva dell’odierno imputato, ritiene questo giudice che, in assenza di un ordine del C., non vi sarebbe stata alcuna ragione perché la G., addetta a mansioni di natura esecutiva rispetto alla redazione dei provvedimenti amministrativi, ponesse in essere un falso per soppressione ed un falso ideologico. Infatti, proprio considerando la professionalità della G. e perciò la sua capacità di ben comprendere che i due atti avevano lo stesso oggetto, non può esserle sfuggita la parziale differenza esistente tra gli stessi. Di conseguenza, anche laddove avesse ritenuto che il primo fosse una semplice bozza ed il secondo fosse quello realmente espressivo della volontà dell’ente, avrebbe dovuto quanto meno esprimere il proprio dubbio al direttore generale al fine di procedere correttamente alla pubblicazione e non incorrere, viceversa, in un’omissione laddove – per ragioni che soltanto il C. le avrebbe potuto indicare – fosse stato invece necessario pubblicare entrambi gli atti.

Ma vi è un ulteriore dato sintomatico della volontà, da parte della G., di procedere alla soppressione di un atto già pubblicato e di sostituirlo con altro ideologicamente falso. Si tratta del fatto che la consegna della “seconda” delibera non fu accompagnata, come di consueto, dalla “nota di trasmissione”; nota che, viceversa, accompagnò la “prima” delibera, e che fu regolarmente sottoscritta dalla G., la quale ha riconosciuto la propria firma. È dunque evidente che, nell’intenzione degli agenti, non sarebbe dovuta restare traccia del duplice passaggio di atti.

Quanto al concorso del C. nella commissione del reato, si ribadisce che, in assenza di uno specifico ordine del direttore generale, la G. non avrebbe avuto alcun interesse a procedere nel modo in cui ha agito, perchè sarebbe stato logico che provvedesse alla pubblicazione di entrambi gli atti, in ordine cronologico successivo; ovvero, accortasi della sostanziale identità degli stessi, chiedesse delucidazioni al C. circa la necessità – evidenziata in sede di interrogatorio dalla stessa coimputata – di dare atto che il secondo provvedimento era integrativo ovvero sostitutivo del primo. Diversamente, non si vede per quale ragione la G. dovesse assumersi la responsabilità di operare in modo subdolo, andando a chiedere al Caio la consegna delle copie del precedente atto al fine di sostituirlo con un secondo; tanto più che, una volta pubblicato il primo atto, sarebbe stato per lei assolutamente più semplice pubblicare il secondo seguendo le procedure ordinarie.

D’altra parte, la spiegazione fornita dall’imputato, chiaramente volta ad escludere il proprio concorso nel reato sotto il profilo soggettivo, è smentita categoricamente dalle risultanze testimoniali. Non è vero, infatti, che egli avrebbe redatto i due provvedimenti in brevissima successione temporale, tanto da poter dire alla G. che il primo era una semplice bozza rispetto al secondo. Ed infatti, come si è visto, la seconda delibera fu redatta il giorno successivo, quando la prima era stata già pubblicata (il Caio la aveva vista in bacheca, andandosene); di conseguenza, è ben chiaro che l’“artificio” della soppressione dell’atto fu fatto nella piena consapevolezza che il primo provvedimento era stato già pubblicato, e non già – come prospettato dal C. – nella rapida successione temporale che avrebbe potuto lasciar intendere che il primo atto era soltanto una minuta del secondo, o comunque un atto da non pubblicare perché immediatamente dopo integrato e corretto.

L’indicata valutazione del materiale probatorio non è smentita, ad avviso del giudicante, dalle emergenze delle indagini difensive.

Sostanzialmente irrilevanti sono le dichiarazioni di R., il quale si è limitato ad indicare le modalità di pubblicazione degli atti, peraltro evidenziando che le chiavi della bacheca erano accessibili a tutto il personale dell’ufficio segreteria, perciò anche alla G..

Analoga considerazione vale per il teste S., il quale era addetto ad un ufficio presso il quale il provvedimento in questione fu inviato soltanto in ossequio ad una vecchia e superata disposizione organizzativa, pur non essendovi, da parte sua, adempimenti da esplicare. Pertanto, il dichiarante non è convincente nella parte in cui sostiene di ricordare che la delibera trasmessagli era proprio quella – esibitagli in copia dal difensore – contenente il parere dell’Avvocatura regionale. Invero, posto che egli era ragionevolmente disinteressato rispetto al contenuto “tecnico” del provvedimento (a parte la possibile curiosità indotta dalla peculiare natura dell’oggetto), non si vede come possa aver apprezzato (e ricordato, a distanza di sei anni) la sottile differenza tra i due provvedimenti di cui si parla (oltretutto, avendone visto uno solo!).

Identico ragionamento deve essere fatto per la teste P., la quale, peraltro, svolgeva mansioni di livello inferiore, quelle di coadiutore amministrativo, sicchè, verosimilmente, non è neppure in grado di apprezzare la sostanza giuridica del provvedimento.

Il dato sicuramente vero cui i suddetti testi hanno fatto riferimento è soltanto il riconoscimento delle proprie rispettive sottoscrizioni “per ricevuta” sul foglio di trasmissione del provvedimento ai loro uffici. Ma è proprio su questo elemento probatorio che occorre soffermare l’attenzione, perché l’analisi dell’atto in sequestro (rectius, di tre atti, per quanto si dirà), anziché risolversi in favore dell’imputato, fornisce un supporto probatorio di estremo rilievo all’ipotesi accusatoria. Ed infatti, per la trasmissione della delibera n. XXXX del 5.11.2001 agli uffici interni alla ASL (serv. Direttore generale, serv. Controllo interno, serv. Direttore sanitario, serv. Personale) è stata redatta un’unica nota di trasmissione, priva di data; il foglio reca la firma illeggibile della segretaria verbalizzante, tuttavia riconosciuta dalla coimputata G. in sede di interrogatorio, e quelle – anch’esse illeggibili – degli impiegati preposti alla ricezione atti nell’ambito dei vari uffici, alcuni dei quali hanno riconosciuto le proprie firme nelle informazioni rese al difensore. D’altra parte, al fine di individuare la data della suddetta nota, non soccorre il registro generale della segreteria verbalizzante (oggetto di sequestro da parte del pubblico ministero, presente in atti in copia autentica), sul quale alla data del 5.11.2001 non è indicata alcuna spedizione di atti, mentre vi è registrato l’invio della delibera n. XXXX al collegio sindacale in data 6.11.2001. La mancanza di data certa sul foglio di trasmissione dell’atto non può essere ragionevolmente superata dalle generiche dichiarazioni rese al difensore dai testi S. e P., i quali hanno affermato – il primo con certezza, la seconda sulla base di un ricordo più sfumato – di aver ricevuto l’atto (e sottoscritto “per ricevuta” la nota di trasmissione) lo stesso giorno in cui il provvedimento fu redatto. Tenuto conto delle funzioni “marginali” dei due soggetti sopra indicati rispetto alla pubblicazione di un provvedimento (che, non si deve dimenticare, è uno delle centinaia di provvedimenti che regolano la vita di un Ente di grandi dimensioni come la ASL Napoli zzz, e che sono trasmessi quotidianamente), è davvero impossibile credere che, a distanza di vari anni dal fatto costoro abbiano memoria di un dettaglio veramente trascurabile. È verosimile ritenere che gli stessi abbiano fatto riferimento alla data del 5.11.2001 sulla base di una valutazione di natura deduttiva, relativa ad una ragionevole rapidità nella trasmissione degli atti aventi natura immediatamente esecutiva. Ciò non significa, tuttavia, che il recapito dovesse avvenire nella medesima giornata in cui l’atto veniva adottato; tanto più che, nel caso di specie, sulla scorta delle dichiarazioni rese dallo stesso imputato e dal teste Co., sembrerebbe che alla stesura “definitiva” (ovvero, secondo l’ipotesi accusatoria condivisa da questo giudice, alla “seconda” delibera) si sia pervenuti verso il termine dell’orario di ufficio, se è vero che vi fu dapprima un’ampia discussione sulla legittimità dell’atto (teste Co.), poi la consultazione di un giurista, ed infine, dopo alcune ore (dichiarazioni dell’imputato), fu redatto il secondo provvedimento.

Viceversa, le note di trasmissione del medesimo atto, indirizzate al Presidente del collegio sindacale e all’Assessorato regionale alla Sanità recano l’indicazione della data del 6.11.2001 (confermata, come si è visto, dall’annotazione sul registro della segreteria verbalizzante). Come si può notare, i due fogli di accompagnamento da ultimo indicati sono stati dunque formati il giorno successivo alla data di formale adozione della delibera.

È dunque del tutto logico ritenere che agli uffici della ASL sia stata trasmessa – come i testi hanno dichiarato al difensore – una sola delibera, che era tuttavia quella ideologicamente falsa, posto che l’invio fu curato soltanto il giorno successivo. Pertanto, per sostituire materialmente il primo provvedimento con il secondo – ideologicamente falso – non fu necessario altresì distruggere e sostituire la nota di trasmissione, redatta successivamente alla commissione dei reati per cui si procede, né rendere partecipi o consapevoli del reato altri soggetti.

Ecco, allora, che le deposizioni dei testi R., P. e S. sono del tutto inconferenti, perché nulla di rilevante sono in grado di riferire in ordine alla “duplicazione” degli atti, avendo essi ricevuto un solo atto, il secondo.

Quanto alle dichiarazioni rese da Co., per quanto lo stesso – che, in ragione delle funzioni svolte, aveva certamente maggiore conoscenza delle problematiche di natura giuridica che consigliarono la redazione di un secondo provvedimento meglio motivato del primo – abbia precisato di aver personalmente redatto le due delibere in rapida successione temporale, tale affermazione non vale ad inficiare la complessiva ricostruzione del fatto emersa dalle fonti probatorie raccolte dall’organo inquirente. Infatti, quale che sia la scansione temporale dell’attività quel giorno compiuta dal C., resta il dato di fatto della soppressione del primo atto e della sostituzione con il secondo, attività necessariamente posta in essere – come si è in precedenza evidenziato – dalla G. su ordine del C.. Giova peraltro sottolineare che il Co., nella ricostruzione della successione temporale degli accadimenti, è andato anche “oltre” quanto affermato dallo stesso imputato in sede di interrogatorio; infatti, mentre il C. ha dichiarato di aver modificato il contenuto dell’atto, redigendone un secondo, dopo alcune ore dal primo, il Co. ha sostenuto che i due provvedimenti furono redatti quasi contestualmente, su suggerimento di un consulente giuridico con il quale il C. avrebbe parlato “contemporaneamente” alla stampa della prima copia dell’atto. E comunque, qualunque sia stato il livello di partecipazione ed il grado di attenzione posto dal Co. nell’iter procedimentale, è certo che egli non ha provveduto a dare alcun ordine alla G. (altrimenti, dato lo svolgimento del fatto, sarebbe stato indagato o indagabile in concorso con gli altri); quindi nulla può dire circa l’accordo intervenuto tra l’odierno imputato e la sua collaboratrice.

Resta da chiedersi – come, effettivamente, ha fatto la difesa nel corso della discussione – per quale motivo il C. avrebbe perseguito il proprio intento commettendo un reato, piuttosto che seguire una normale procedura di pubblicazione di due provvedimenti distinti e successivi, eventualmente evidenziando la natura integrativa del secondo rispetto al primo. Tanto più che la soppressione della prima delibera avrebbe comportato – come in effetti si è verificato – la necessità di rendere partecipi dell’illecito anche altri soggetti, in particolare il Caio, sulla cui riservatezza il C. ben sapeva di non poter contare.

Probabilmente, la “leggerezza” nel compimento dell’azione è stata supportata dalla volontà di non far trapelare un atto poco motivato, e perciò agevolmente suscettibile di annullamento in caso di impugnativa, tenuto conto del fatto che il C., ingegnere, verosimilmente non conosce adeguatamente i principi di autotutela della pubblica amministrazione e di sanatoria degli atti invalidi (ove non opera il principio di insanabilità del negozio nullo di cui all’art. 1423 cod. civ.), principi che gli avrebbero consentito di raggiungere il medesimo risultato (di revocare l’incarico del dottor Tizio con provvedimento adeguatamente motivato) senza commettere alcun reato; né, d’altro canto, ha ritenuto di farsi consigliare in questa attività da un esperto della materia.

In ogni caso, appare finanche superfluo evidenziare che i motivi del reato sono irrilevanti ai fini della valutazione circa la sussistenza della fattispecie, potendo viceversa essere presi in considerazione – come si è fatto nel presente processo – nella determinazione della pena.

D’altra parte, come è noto, ai fini della configurabilità dell’elemento soggettivo del falso materiale ovvero del falso ideologico è sufficiente il dolo generico, cioè la consapevolezza della falsa attestazione, non essendo richiesto né un animus decipiendi né un animus nocendi; ne consegue che il delitto sarebbe perfetto anche laddove fosse compiuto con la consapevolezza della sua innocuità (vds. Cass. pen. sez. V, 11.2.1988, n. 1740).

***

Passando alla valutazione giuridica della fattispecie concreta complessivamente descritta, si evidenzia in primo luogo che il reato contestato al capo A) deve essere qualificato come fattispecie di cui all’art. 490 c.p. Peraltro, tale precisazione è di natura soltanto formale atteso che, chiaramente, l’imputazione è stata correttamente formulata in punto di fatto, sicchè il riferimento all’art. 479 è frutto di mero errore materiale.

Viceversa, questo giudicante non condivide la prospettazione del concorso tra le fattispecie di falso materiale e falso ideologico così come formulata dalla pubblica accusa.

Ed infatti, la “seconda” delibera non può essere considerata falsa sotto il profilo materiale atteso che è stata emessa dai soggetti a ciò legittimati, e non reca alcuna forma di alterazione o soppressione del contenuto. Viceversa, sussiste la falsità ideologica in quanto l’immutazione cade sul contenuto ideale dell’atto, nel senso che questo, pur provenendo dall’autore apparente, non è veridico rispetto al suo contenuto.

In altri termini, nel caso di specie la falsità non attiene alla realtà fenomenica dell’atto, nel senso di far apparire come venuto ad esistenza un atto che, in realtà, non è mai stato formato, quanto piuttosto al contenuto di esso, senza – peraltro – che si sia verificata alcuna alterazione (ad esempio, mediante abrasione) dell’atto genuino al fine di far risultare da esso dati diversi da quelli originali.

Di conseguenza, il provvedimento è soltanto ideologicamente falso perché, pur essendo stato “regolarmente” redatto dal direttore generale e pubblicato dal funzionario preposto, attesta falsamente che la data di redazione – e, conseguentemente, il numero di protocollo – è quella del 5.11.2001 mentre fu in realtà emesso il 6.11.2001. Ovviamente, il complessivo svolgimento della vicenda rende superfluo evidenziare che non si tratta di mero errore materiale.

Non vi è dubbio, poi, che si tratti di un atto pubblico, ovvero di un provvedimento caratterizzato dalla produttività di un effetto estintivo rispetto ad una situazione giuridica soggettiva di rilevanza pubblicistica, tale dovendosi ritenere quella del direttore amministrativo di una ASL (cfr. Cass. SS.UU., 10.10.81).

Infine, tenuto conto del rilievo formulato dalla difesa in ordine alla “inutilità” della falsità così come accertata, appare opportuno ribadire che i delitti di falso sono reati di pericolo in ordine all’interesse alla genuinità ed alla veridicità del documento nel quale si sostanzia l’interesse probatorio, e non in relazione alle concrete conseguenze che, eventualmente anche sotto il profilo patrimoniale, possono derivare dalla commissione di un reato di tal genere.

***

Quanto alla determinazione della pena, si ritiene in primo luogo che all’imputato, in ragione dello stato di incensuratezza, possano essere concesse le circostanze attenuanti generiche.

I reati, commessi nel medesimo contesto temporale, sono evidente espressione di un medesimo disegno.

Tenuto conto dei criteri indicati dall’art. 133 c.p., ed in particolare del ruolo apicale rivestito dall’imputato nell’ambito dell’Ente, e tuttavia altresì della modesta rilevanza del fatto con riguardo alle conseguenze concrete del reato, si stima equo applicare la pena di mesi otto di reclusione, così determinata: p.b. per il reato contestato al capo A) = 1 anno di reclusione; ridotta ex art. 62 bis c.p. = mesi 8; aumentata di mesi 4 ex art. 81 cpv. c.p. per il reato contestato al capo B) = mesi 12; ridotta ex art. 442 c.p.p.).

Consegue la condanna al pagamento delle spese processuali.

Non sussistono ragioni ostative alla concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena.

Trattandosi di reato reati commesso anteriormente alla data del 2.5.2006, la pena può essere interamente condonata ai sensi degli artt. 174 c.p. e 1 L. 31.7.2006, n. 241.

Infine, ai sensi dell’art. 537 c.p.p., deve essere dichiarata la falsità della delibera contraddistinta dal numero 2, indicato dal pubblico ministero, ovvero quella oggetto di notifica alla parte civile, in quanto ideologicamente falsa.

***

Quanto alla richiesta di risarcimento del danno formulata dalle parti civili costituite, va preliminarmente evidenziato che l’elemento del danno è strutturalmente estraneo ai reati di falso, trattandosi di delitti contro la fede pubblica che offendono direttamente e specificamente l’interesse pubblico, costituito dalla tutela della genuinità materiale e della veridicità ideologica di certi documenti e, soltanto di riflesso, possono ledere l’interesse del singolo (cfr. Cass. sez. V, ord. 16.12.02, n. 45706).

Occorre dunque valutare se, in concreto, il falso così come accertato abbia leso un bene-interesse dei soggetti che assumono di essere stati danneggiati dal reato.

Quanto alla ASL, ritiene il giudicante che la condotta dell’imputato abbia sicuramente arrecato un danno all’Ente, quanto meno con riguardo all’immagine, posto che l’azione del C. è ascrivibile alla persona giuridica oggettivamente considerata, rispetto alla quale si ritiene meritevole di tutela l’interesse al corretto operato dei propri dipendenti, ovvero al raggiungimento degli scopi di interesse pubblico mediante comportamenti leciti. In assenza di idonei parametri di computo, la determinazione del quantum deve essere rimessa al giudice civile. Non si ritengono sussistenti le ragioni per concedere la richiesta provvisionale immediatamente esecutiva, non essendo stata data la prova, sia pur parziale, del quantum, e tenuto conto del fatto che anche in sede civile il giudice dovrà comunque procedere ad una complessiva valutazione di natura equitativa.

Consegue, poi, la condanna dell’imputato alla rifusione delle spese processali in favore della ASL, nella misura indicata in dispositivo.

Viceversa, si ritiene che il tizio non abbia subito alcun danno per effetto della condotta del C.. Invero, premesso che il denunciante è stato posto nella condizione di esperire i rimedi giurisdizionali contro l’atto amministrativo che gli è stato notificato, e premesso che la finalità del falso è stata quella di revocare l’incarico del Tizio mediante un atto che fosse adeguatamente motivato, deve evidenziarsi che la sua situazione giuridica soggettiva rispetto all’atto di rimozione non sarebbe mutata ove l’amministrazione avesse operato correttamente, ovvero mediante l’emanazione di una seconda delibera a sostituzione od integrazione della prima. Ciò perché, come si è visto, opera in diritto amministrativo il principio di autotutela e di sanabilità degli atti. Anche in concreto, poi, il Tizio ha fatto ricorso al giudice del lavoro, che ha respinto il ricorso ex art. 700 c.p.c., ed il successivo giudizio di merito è stato definito (per quanto emerge dagli atti prodotti dal difensore dell’imputato) con sentenza di rigetto divenuta irrevocabile. Peraltro, lo stesso denunciante non ha ritenuto di dover eccepire in sede giurisdizionale civile la falsità dell’atto, della quale ben era a conoscenza fin dal momento in cui il provvedimento gli era stato notificato, determinandosi a sporgere un’articolata denuncia, relativa a vari illeciti commessi nella ASL durante il periodo in cui il C. rivestiva la qualifica di direttore generale, soltanto in data 11.4.2003, ovvero successivamente all’avvio delle controversie con l’Ente e la soccombenza almeno nella fase cautelare (soccombenza che – si noti – è stata motivata dal giudice del lavoro esclusivamente su ragioni di ordine interpretativo della norma disciplinante i requisiti per lo svolgimento della funzione ricoperta, non già per ragioni di inadeguatezza sostanziale del ricorrente; sicchè, vertendo la controversia esclusivamente su ragioni di diritto, in assenza di elementi di novità, era prevedibile la soccombenza anche nel giudizio di merito, almeno in primo grado); quindi ben oltre l’epoca in cui venne a conoscenza dei fatti oggetto di denuncia. D’altra parte, in ragione della sua qualifica soggettiva – un giurista che aveva rivestito addirittura la carica di Procuratore della Repubblica – riesce difficile pensare che, già dalle prime “battute” della sua controversia giudiziaria con la ASL, il Tizio non avesse più che adeguatamente percepito la fattispecie di reato che ha poi costituito oggetto della menzionata denuncia (con tanto di “formulazione” dell’imputazione).

I danni all’immagine (richiesti nella consistente misura di 300.000,00 euro, oltre a pari cifra richiesta per danno morale), di cui ha parlato il difensore di parte civile, concernenti la risonanza di cronaca avuta dall’atto di esonero dall’incarico del dottor Tizio, attengono in realtà al complesso dei rapporti della persona con la ASL, ma non sono conseguenza del falso.

Analoga considerazione vale con riferimento al danno che si assume derivante dalla mancata percezione della retribuzione a far data dal 5.11.2001. E’ fin troppo evidente che quel danno, andava chiesto – come è stato fatto – al giudice del lavoro, il quale si è infatti adeguatamente espresso, non soltanto escludendo la possibilità di invocare nel caso di specie la cd. tutela reale, ma – “ a monte” – ritenendo non illegittimo l’atto di recesso del datore di lavoro. Né, ovviamente, vi è nulla da aggiungere in questa sede, se non ribadire la necessità di tenere distinte le fattispecie di rilevanza penale dalle vicende giuridiche di natura esclusivamente civilistica.

Occorre infine osservare che non può ritenersi consentito ancorare un presunto danno patrimoniale alla possibilità – meramente astratta – che la controversia giurisdizionale civile potesse avere un esito diverso ove l’atto vero non fosse stato soppresso e sostituito da quello ideologicamente falso. Ad una simile conclusione non può pervenirsi né in astratto né in concreto.

In astratto perché le ragioni della soccombenza in sede giurisdizionale civile prescindono dalla valutazione del parere dell’avvocatura regionale (elemento con il quale è stato “integrato” l’atto ideologicamente falso).

In concreto perché, come si è visto, era nella piena facoltà dell’ente modificare il proprio precedente provvedimento in sede di autotutela, conseguendo lo stesso scopo cui si è pervenuti mediante l’anomalo “percorso” che ha integrato due fattispecie di reato.

***

Per la complessità delle argomentazioni si riserva il termine di trenta giorni per il deposito della motivazione.

P.Q.M.

Visti gli artt. 442, 533, 535 c.p.p.,

dichiara C. colpevole dei reati ascrittigli ai capi A) e C) della rubrica, diversamente qualificato il reato contestato al capo A) come reato di cui all’art. 490 c.p., e, concesse le circostanze attenuanti generiche, ritenuto il vincolo della continuazione tra i reati e applicata la riduzione per il rito prescelto, lo condanna alla pena di mesi otto di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali.

Pena sospesa.

Visti gli artt. 174 c.p. e 1 L. 31.7.2006, n. 241,

dichiara la pena inflitta interamente condonata.

Visto l’art. 530 c.p.p.,

assolve l’imputato dal reato ascrittogli al capo B) perché il fatto non sussiste.

Visto l’art. 537 c.p.,

dichiara la falsità della delibera n. XXXX, apparentemente emessa in data 5.11.2001, numero di protocollo XXXXX, oggetto di notifica a Tizio.

Visti gli artt. 538 e ss. c.p.p.,

condanna l’imputato al risarcimento dei danni in favore della parte civile ASL Napoli zzz, in persona del legale rappresentante p.t., da liquidarsi in separata sede, nonché alla rifusione delle spese processuali in favore della medesima, che liquida in complessivi euro 3.000,00, oltre accessori di legge.

Rigetta la domanda di risarcimento del danno della parte civile Tizio.

Visto l’art. 544 comma 3° c.p.p.,

riserva il termine di trenta giorni per il deposito della motivazione.

Nola, 29.1.2008

Il G.U.P.

Dott. Tamara De Amicis

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